Esiste «chi si organizza per fare il male, chi agisce con prepotenza e sceglie la via distruttiva della prevaricazione», e lo sa bene una terra che «pur ricca di straordinaria bellezza», porta il peso di «ferite profonde» e fatiche quotidiane, alimentate «dall’indifferenza e dal rischio della rassegnazione». Ma «Dio non si rassegna e ancora ama la sua vigna, la libera dal male, la salva nel perdono». Sono parole pronunciate dall’arcivescovo Paolo Rudelli, sostituto della Segreteria di Stato, nella celebrazione eucaristica che al santuario di Pompei ha preceduto ieri, domenica 4 ottobre, la recita della Supplica alla Beata Vergine del Rosario.

Piazza Bartolo Longo, dove i tremila posti a sedere erano tutti occupati, è stata invasa dai pellegrini così come la basilica e la cappella interna dedicata al santo fondatore della cittadella mariana. All’appuntamento di preghiera, come ha fatto notare nel saluto introduttivo l’arcivescovo Tommaso Caputo, prelato di Pompei, erano presenti autorità civili e militari, oltre all’episcopato e al clero locale; numerosi fedeli, venuti anche dall’estero; rappresentanti delle parrocchie, delle associazioni e dei movimenti ecclesiali del territorio. Un posto speciale era occupato dagli ospiti e dai responsabili delle Opere caritative del santuario e numerosi erano i volontari. Moltissime le persone che già cinque mesi fa, l’8 maggio, nel primo anniversario dell’elezione di Leone XIV, avevano incontrato il Pontefice che qui volle confermare la scelta di porre il proprio ministero sotto la protezione della Vergine del Rosario. «Assicuri Papa Leone che desideriamo fortemente seguire le sue parole: le sentiamo nel profondo come un autentico mandato», ha detto Caputo rivolgendosi a Rudelli prima della celebrazione.

Quest’ultimo da parte sua all’omelia ha dapprima ringraziato «perché partecipiamo al trionfo della vita e siamo chiamati a servire la vita, in un mondo segnato purtroppo da molteplici ingiustizie e conflitti»; poi, nella festa liturgica di san Francesco d’Assisi — del quale ricorreva l’ottavo centenario della morte —, ha rimarcato come la figura del “poverello” ispiri «fino a oggi molti giovani a osare la radicalità evangelica e tutti noi a riscoprire la bellezza esigente della vita cristiana».

Quindi ha ricordato san Bartolo Longo, fondatore, 150 anni fa, del santuario mariano nel luogo dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: un «semplice battezzato» che ha “osato” il cammino della santità «richiamando un’intera città al rinnovamento spirituale e civile», ha detto dando eco alle parole di Leone XIV durante la visita pastorale nella cittadina campana.

Riflettendo sull’intreccio tra «memoria del passato» e «responsabilità per il futuro», il sostituto della Segreteria di Stato ha evidenziato il “paradosso” di Pompei, la cui grande civiltà non venne annientata, ma protetta dalla calamità che la colpì: un po’ come quando, davanti alle sfide della modernità, a cavallo tra XIX e XX secolo, san Bartolo — di cui oggi, lunedì 5 ottobre, si celebrano il centenario della morte e, per la prima volta dopo la canonizzazione del 19 ottobre scorso, la memoria liturgica — «non si lasciò intimorire guardando al presente e al futuro, ma, come dice Papa Leone, gettò le basi di una nuova città».

Una definizione, quella di “città mariana”, non distante «dall’invito a costruire la “civiltà dell’amore”, che attraversa da cima a fondo l’enciclica Magnifica humanitas» e dall’esortazione a custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, ha osservato il presule. «Mariana è una città che accoglie, onora e custodisce la vita, specialmente quando è più fragile e indifesa», ha messo in luce, affidando a Dio «le realtà di oggi, specialmente le più tribolate, perché vinca la vita, avanzi la pace, prevalga la giustizia»: così a partire dalla preghiera «si gettano le basi di un’intera città, di una nuova civiltà».

Prendendo spunto dal racconto evangelico proposto dalla liturgia della XXVII domenica del tempo ordinario (Mt 21, 33-43), nel quale Gesù racconta di una vigna affidata ad alcuni contadini che, invece di consegnarne i frutti al padrone, rifiutano e uccidono i suoi servi e infine anche il figlio, il sostituto Rudelli ha osservato che «il bene trova opposizione» e «persino il Regno di Dio subisce violenza».

«Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?» è l’interrogativo del profeta Isaia che descrive la cura con cui il Signore si dedica alla sua terra; parole divine che somigliano a quelle di tanti genitori, ha riflettuto l’arcivescovo, «che hanno l’impressione di un fallimento davanti alle scelte e alle cadute dei propri figli», rispecchiano il dolore «di chi ha visto finire un matrimonio o fallire un progetto in cui aveva messo energia e passione», evocano le fatiche pastorali dei sacerdoti, di religiose e religiosi, amministratori onesti, educatori e insegnanti, imprenditori e dipendenti che si domandano cosa fare di più».

Domande che, come suggerito dal Papa nell’assemblea della diocesi di Roma lo scorso 18 settembre, vanno prese sul serio e messe in comune «per imparare a fare verità»: chi ha il dono della fede «non nasconde gli interrogativi e le sconfitte sotto il tappeto, ma continua a cercare e a sperare», ha spiegato Rudelli, invitando ad «alzare lo sguardo», non «per presunzione, ma per vocazione a guardare oltre la morte». Chi lo facesse dinnanzi all’imponente santuario di Pompei, ai piedi della statua della Beata Vergine del Rosario, incontrerebbe una sola parola: Pax. San Bartolo Longo volle la facciata del tempio come «un monumento alla pace universale», sebbene ancora non sapesse, a quel tempo, delle tragedie a cui sarebbe andato incontro il mondo nei secoli successivi, ma quella parola — pace — «è stata posta e rimane come promessa e inizio di un’altra civiltà, che non cancella le tracce del passato, ma davanti ad esse trova il coraggio della conversione».

Preannunciando la «disponibilità personale e di popolo al pentimento» contenuta nella Supplica scritta nel 1883 da san Bartolo Longo, l’arcivescovo Rudelli ha sottolineato che nella vita dell’apostolo del Rosario, così come in quella del poverello d’Assisi «a un certo punto c’è bisogno di una svolta, perché occorre cominciare sempre da sé stessi affinché cambi il mondo». Si tratta, ha aggiunto, di un «principio di responsabilità che corrisponde alla grazia di Dio, la riconosce e desidera servirla. Senza questa serietà — una gioiosa serietà — la nostra devozione rischia di perdere la sua verità evangelica».

In merito alla «pace per la umana società» invocata dalla Supplica, il sostituto della Segreteria di Stato ha riproposto l’invito espresso dal Pontefice a pregare il rosario con la particolare intenzione, nel mese di ottobre, perché cessino le guerre e si faccia pace tra i popoli in conflitto. Infine, l’auspicio che vengano confermati i «propositi di bene», unendo tutti «in un cuore solo e un’anima sola, affinché Pompei, città di Maria, continui ad essere centro spirituale della civiltà dell’amore».

Oggi le celebrazioni per il centenario della morte di san Bartolo prevedono le messe con la partecipazione delle scuole di Pompei e il rito dell’omaggio floreale al monumento di san Bartolo nella piazza a lui dedicata. Alle 18 l’arcivescovo Caputo presiede la concelebrazione con le comunità parrocchiali. La giornata si conclude con il rito della chiusura del Quadro della Madonna del Rosario.