Il “patriarcato mediterraneo” evocato da Vannacci non coincide con la famiglia cristiana. Dalla Bibbia al Vangelo, la storia racconta piuttosto il passaggio dal potere del padre alla responsabilità della paternità: non dominio, ma cura, servizio e fraternità.
Intende probabilmente la famiglia contadina dell’alto Veneto, del Piemonte di Nuto – della Luna e i falò di Cesare Pavese – o dell’entroterra marchigiano, o quella dei “cafoni” marsicaninarrati da Ignazio Silone, dove essa abbracciava tre o quattro generazioni ed era governata dal nonno o dal bisnonno che teneva la borsa e prendeva le decisioni per tutti. Io che son nata alle pendici dei monti Sibillini posso dire che quello era un tipo di famiglia già sparito – a livello socio-economico oltre che culturale – negli anni Sessanta, ed allora oggi mi chiedo: le leggi si fanno per migliorare la realtà esistente o per imporne un’altra?
L’area mediterranea è, inoltre, molto più vasta di quanto non si estenda lo stivale e molti sono i modelli di famiglia anche tra quelli che Vannacci pensa o appella come “patriarcali”.
Sul Mar Mediterraneo si affacciano – oggi come ieri – Paesi le cui culture hanno radici comuni ma sviluppi ben differenti. Così Vannacci cade in contraddizione: da una parte definisce e circoscrive la civiltà “greca, romana e cristiana” come la “nostra”, dall’altra vagheggia un patriarcato “mediterraneo” che include, invece, anche gli arabi, i mussulmani, i palestinesi, i marocchini, l’antica Africa proconsolare, e sino a Gibilterra, l’isoletta di Ceuta compresa. Delle due una: o si aprono le frontiere a tutti i popoli che si affacciano sul Mediterraneo e ci si unisce su di un modello familiare patriarcale o, al contrario, come pure vorrebbe Vannacci, si fanno “remigrare” quelli che sono irregolari in Italia e non condividono i nostri valori cristiani.
