La prima enciclica di Leone XIV è un messaggio per l’intera umanità, come mostra la sua analisi di questioni importanti che comunemente sfidano tutti gli esseri umani. Da parte sua, egli desidera «entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo» (n. 2). Lo sottolinea ai nn. 219-223, laddove parla dell’urgente necessità di un approccio dialogico per migliorare la vita umana. Facendo eco a questa visione, desidero offrire le mie prime impressioni su Magnifica humanitas, un testo che merita un’attenta analisi e uno studio approfondito.
Per articolare le sue idee, il Papa si avvale di due importanti fonti bibliche: la storia della torre di Babele (Genesi 11, 1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme da parte di Neemia (Neemia 1-6). Dal punto di vista del dialogo tra ebrei e cattolici, ho pensato di mettere a confronto la sua interpretazione di queste due fonti bibliche con i commenti rabbinici su di esse.
Per quanto riguarda la torre di Babele, troviamo testi rabbinici che intendono la narrativa in un modo straordinariamente simile a quello presentato nell’enciclica. In b. Sanhedrin 109a, i rabbini si domandano quale sia la trasgressione commessa dagli abitanti di Babele nel costruire la torre. La loro conclusione è che gli sforzi dei costruttori non hanno portato ad altro che alla costruzione di un idolo.
Allo stesso modo, il rabbino Ovadyah Sforno (Italia, XV-XVI sec. e.c.) spiega che la torre, nella sua magnificenza, è come una “divinità” dominante alla quale l’intera umanità rende omaggio. Inoltre, chiunque regni su quella città regna sull’intera umanità, poiché chiunque desideri rendere onore alla “divinità” suprema deve recarsi alla torre (cfr. Sforno, Commento alla Genesi 11, 4).
Nei Pirke’ de-Rabbi Eliezer (capitolo 24), un midrash pseudoepigrafo dell’VIII secolo e.c. scritto nella Terra d’Israele, si legge: «Non c’erano pietre da utilizzare per costruire la città e la torre. Che cosa fecero? Cossero i mattoni e li bruciarono come [avrebbe fatto] un muratore, finché non la costruirono alta sette misure, e aveva sentieri ascendenti a est e a ovest. [Gli operai] che portavano su i mattoni salivano per quello [sentiero] orientale, e quelli che scendevano prendevano quello occidentale. Se un uomo cadeva e moriva, non se ne curavano, ma se cadeva un mattone, si sedevano e piangevano e dicevano: “Guai a noi! Quando ne arriverà un altro al suo posto?”».
Da queste letture della storia di Babele consegue che l’idolatria pagana porta alla disumanizzazione degli individui, come spiega Papa Leone nella sua enciclica. La scienza e la tecnologia sono fatte per servire le persone, ma quando le persone attribuiscono loro più importanza che agli altri esseri umani, la scienza e la tecnologia diventano idoli distruttivi.
La ricostruzione delle mura di Gerusalemme ai tempi di Neemia doveva servire a proteggere una città abitata da ebrei dediti esclusivamente al culto di Dio. Il Talmud indica che durante il periodo del Secondo Tempio non c’era più nessun culto pagano in Giudea (b. Yoma 9b). Neemia 5 mostra il collegamento tra la devozione all’unico Dio e l’impegno a sollevare i bisognosi sfruttati dalla loro condizione di miseria.
Ancora una volta, ci sono delle analogie con l’enfasi che l’enciclica pone sulla dignità umana. Ciò non sorprende, poiché sia gli ebrei sia i cristiani considerano i libri della Genesi e di Neemia scritture canoniche, testimoniando così come le nostre due tradizioni siano vicine.
Vorrei aggiungere che il racconto biblico della torre di Babele è stato un testo molto significativo nelle conversazioni che ho avuto con Papa Francesco. Nel 2010, nei nostri dialoghi su Dio mentre davamo forma al primo capitolo di Il cielo e la terra, questo racconto occupò un posto centrale. Egli riprese di nuovo l’argomento in una delle nostre ultime conversazioni, quando espresse la sua preoccupazione riguardo ai progressi dell’intelligenza artificiale. Riesco a riconoscere l’angoscia di Francesco in tutta la Magnifica humanitas.
Da diversi anni ormai ebrei, cristiani e tanti altri stanno lavorando insieme per far sì che l’intelligenza artificiale rimanga incentrata sul servizio all’umanità. Chiunque nutre tali preoccupazioni deve essere grato a Papa Leone per aver portato la questione all’attenzione del mondo in una prima enciclica così completa e profonda.
