Laura Pausini vestita da Madonna? L’esibizione in Spagna scatena polemiche

Corona di stelle, Bambino in braccio e richiami mariani durante il tour in Spagna: la performance di Laura Pausini scatena polemiche e riapre il dibattito sull’uso dei simboli religiosi nella cultura pop

Sul capo una corona di dodici stelle, evidente richiamo al passo dell’Apocalisse che descrive «una Donna vestita di sole». Indosso un lungo abito nero. In braccio un Bambino dorato. Non sembrano esserci dubbi sul fatto che Laura Pausini abbia scelto di richiamare la figura della Vergine Maria durante una recente esibizione del suo tour Yo Canto World Tour 2026/2027 in Spagna. Il brano interpretato con questa mise era Hijo de la luna, celebre canzone dei Mecano del 1986, il cui testo è ispirato a un’antica leggenda gitana e privo di ogni riferimento alla fede cristiana. Anzi, sotto certi aspetti agli antipodi. Racconta, infatti, di una coppia impossibilitata ad avere figli che si rivolge alla luna, ottenendo il dono desiderato in cambio di un prezzo da pagare: cedere il primogenito. Quindi, mentre Maria dice il suo “sì” a Dio per la salvezza degli altri, qui prevale un sentimento egoistico da parte della donna e una “lunare” prepotenza ricattatoria dall’alto.

A firmare il discusso abito della cantante è stato lo stilista Antonio Marras, che ha spiegato d’aver voluto collocare l’artista in una dimensione onirica, intrecciando il racconto del brano con la tradizione sarda e con un patrimonio di leggende popolari. L’esibizione è avvenuta nei giorni della Settimana Santa, uno dei momenti più intensi del calendario cristiano, avvertito con particolare intensità in Spagna, e sui social non sono mancate reazioni di sdegno. Qualcuno ha difeso la Pausini, valutando la sua scelta come puro frutto dell’estro artistico; tanti, però, vi hanno visto una provocazione, o anche una mancanza di rispetto. C’è persino chi ha fatto cenno a una possibile condotta blasfema, o a messaggi satanistici.

 

In realtà, il richiamo alla Madonna nella cultura pop non rappresenta una novità e così pure le discussioni che accende. Da decenni artisti di tutto il mondo attingono a simboli religiosi cristiani e, in particolare, alla figura di Maria. Non soltanto per ingolosire i media, ma perché la Madre di Gesù continua a incarnare immagini universali: la maternità, la protezione, il dolore, la purezza, la speranza. Simboli capaci di parlare anche a un pubblico lontano dalla pratica religiosa.

Uno degli esempi più recenti in Italia è quello di Annalisa, che nella canzone Maschio, il cui video è ad alto tasso di sensualità, non solo ripete più volte: «Te lo giuro su Maria», ma ha esibito, per l’occasione, un posticcio tatuaggio sul petto col riconoscibilissimo volto della Vergine.

Ma prima di lei aveva già fatto discutere Achille Lauro, che al Festival di Sanremo del 2022 si presentò con un mantello dai richiami evidenti all’Addolorata. Il gesto di spogliarsene sul palco fu poi spiegato dallo stesso artista come un riferimento a san Francesco d’Assisi e al tema della rinuncia ai beni terreni. Tuttavia, nel videoclip del brano Domenica stringeva tra le mani un rosario, mentre si dimenava a busto nudo su un altare, con tanto di Croce luminescente. E, un biennio prima, in quello di Me ne frego, non esitò a inscenare una sorta di Pietà col ruolo di Gesù in braccio a una Madonna interpretata da Elena D’Amario.

Nel 2017, ai Grammy Awards, Beyoncé si esibì in una performance che mescolava riferimenti alla dea yoruba Oshun, alla divinità indù Durga e a una più ampia iconografia materna e sacrale nella quale molti lessero anche suggestioni mariane.

La pioniera di questa contaminazione, non proprio di buon gusto, fra pop e immagini e simboli sacri è ritenuta Madonna, il cui stesso nome d’arte richiama direttamente la Vergine. Dal videoclip di Like a Prayer, del 1989, in cui la statua di un santo si animava per ricambiarne le effusioni, al Celebration Tour 2023/2024 dove “apparve” sul palco tra i fumi tutta vestita di nero e con un’aureola stellare. Ma anche bracciali, crocifissi e coroncine usati in modo disinvolto sono ormai da un quarantennio una cifra della sua carriera artistica. Ma dov’è il confine tra la libera espressione artistica e il rispetto di valori importanti per una vasta comunità di credenti? Ne parliamo con monsignor Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia ed esperto in pop-theology.

Che idea s’è fatto dell’esibizione “mariana” di Laura Pausini?

«Da teologo che guarda i segni con attenzione, non posso ridurre l’esibizione a una semplice “provocazione”, o a un atto di fede. Vediamo un’immagine forte: velo nero, dodici stelle, Bambino in braccio, vetrate gotiche sullo sfondo, Settimana Santa, Spagna mariana. È un puzzle simbolico volutamente denso. Pausini non ha chiarito, e questo è già un dato teologico: l’artista che tace lascia che il segno viva di vita propria. Personalmente non leggo intenzione blasfema, ma piuttosto una messa in scena della maternità sacra in un contesto profano: la musica pop. Il rischio è reale: l’immagine può essere percepita come un’appropriazione estetica del sacro senza la sua trasparenza devozionale. Tuttavia, l’eventuale scandalo non accade solo nell’atto posto dall’artista, ma anche nella cassa di risonanza interiore di chi guarda: un cristiano educato al mistero può sentirsi ferito; un altro, magari, può riconoscere un eco di Maria anche lì. Perciò, insisterei sulla educazione alla “bellezza umana” del messaggio cristiano».

Il costume può diventare segno di Dio?

«Molto dipende dall’orizzonte in cui l’artista pone lo spettatore. Madonna, Beyoncé, Achille Lauro, Annalisa e ora Pausini: spesso l’operazione è estetica e commerciale: la Vergine vende, impressiona, fa parlare. Questo però non esclude che possa involontariamente generare un’apertura al sacro, ma anche una sua messa in discussione. Il costume peraltro diventa “segno” di Dio quando smette di essere solo superficie e lascia emergere una domanda – sulla Madre, sul dolore, sulla protezione, sull’incarnazione. Penso ai tableaux vivants medioevali, o alle processioni: anche lì c’era spettacolo, ma abitato da fede. Oggi, in un mondo secolarizzato, forse la vera domanda è: possiamo riconoscere lo Spirito anche in un gesto non autorizzato dalla Chiesa? Io dico sì, con prudenza. Tuttavia, perché un costume diventi segno, serve che l’artista non giochi a “fare la Vergine” con ironia, ma si esponga alla sua fragilità. Non so se Pausini abbia fatto questo passo. Le immagini, da sole, non lo dicono».

Quindi qual è il limite tra sacro e profano?

«Il limite non è un muro, ma una soglia porosa. Nel cristianesimo il sacro si è fatto carne – e la carne è profana. Spero di non scandalizzare nessuno: direi che con il cristianesimo il “sacro” è stato abolito del tutto a favore del “santo”, dell’esperienza della libertà che incontra e vive secondo il comandamento dell’amore di Gesù. Il problema allora non è la mescolanza, ma la banalizzazione o l’uso della Vergine senza rispetto per la sua storia di dolore e di fede. Maria non è solo un costume: è Colei che ha detto “sì” alla Croce. Le popstar cercano Maria perché Maria è l’archetipo della donna potente e vulnerabile insieme: Regina e Serva, Madre e Vergine, stellata e Addolorata. In un’epoca che ha fame di simboli forti, ma ha perso il linguaggio della liturgia, la Vergine resta un corpo immaginario disponibile – per dire maternità, gloria, mistero, anche sofferenza. Non cercano la teologia, cercano un pathos che la cultura pop non sa più generare da sola. La corona e il mantello sono scenografie dell’anima: parlano di ciò che manca».

Come possono queste immagini profane, o spesso provocatorie, diventare occasione per riscoprire la bellezza della Madre di Dio?

«Qui il teologo pop fa un passo in più. Non si tratta di giustificare l’esibizione, ma di usarla pedagogicamente. Di fronte a una foto di Pausini con il bambino d’oro, un educatore cristiano potrebbe chiedere: “Cosa vedi? Cosa pensi che provi Maria? Perché l’artista ha scelto proprio Lei?”. La bellezza della Madre di Dio è così potente che sopravvive anche a un uso ambiguo. Anche in un’immagine pop, se guardata con gli occhi del cuore, può emergere il tratto della Theotókos: Colei che porta Dio nel mondo, che avvolge, che sta in silenzio sotto la Croce. L’arte popolare, e il pop è arte popolare, ha sempre “preso in prestito” il sacro, dai presepi viventi alle canzoni mariane. Lo scandalo non va negato, ma interrogato. Forse l’occasione è questa: tornare a chiederci perché Maria ci parla ancora, e se la nostra fede è così fragile da temere una stella cucita su un abito da concerto. Dunque, ogni segno ha bisogno di un’ermeneutica della carità. Non difendo la performance, ma non la condanno in blocco. Invito a non lasciare che “le immagini parlino da sole” – perché da sole gridano, ma non dicono la verità intera. La verità emerge quando le guardiamo in compagnia del Vangelo, dell’arte, e anche di un po’ di pazienza. Maria, Madre del Verbo Incarnato, insegni a distinguere il costume dalla carne, la moda dal mistero».