Padre Patton: «La Via Crucis  del Papa al Colosseo, messaggio straordinario di speranza anche in tempi di guerra»

Conversione, solidarietà con gli altri cristiani, rifiuto della guerra. Il padre francescano, già Custode di Terra Santa, che ha scritto le meditazioni per papa Leone ricorda le beatitudini. La legge sulla pena di morte in Israele? Un errore che scaverà altro odio

padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa e oggi nel monastero francescano del Monte Nebo, in Giordania, è stata affidata la stesura delle meditazioni per la via Crucis che il Papa, come è consuetudine, terrà al Colosseo la sera del Venerdì Santo. E lui si augura che «come è nell’intenzione della tradizione francescana che è un po’ quella che ha fatto nascere e dato una stabilità a questa devozione, la Via Crucis diventi anche un appello alla conversione».

Come?

«Bisogna rispecchiarsi nei personaggi che troviamo nelle varie stazioni. E poi, soprattutto, bisogna che con grande fermezza e decisione scegliamo anche noi di seguire Gesù Cristo. San Francesco, nei suoi scritti, definisce la nostra vita cristiana come un seguire le orme di Cristo e tantissime volte dice che noi dobbiamo imparare a seguirlo non sulle strade piane, ma sulla via del portare la croce. Lo dice esplicitamente in molti passaggi, anche attraverso l’uso di immagini, sottolineando quanto sia importante riuscire a vivere l’esperienza del dolore in una maniera pacifica».

A chi si è ispirato nello scrivere le meditazioni?

«Prima di tutto ho identificato i testi del Vangelo e degli scritti di San Francesco che facevano da base per il percorso della Via Crucis. Ho privilegiato il Vangelo secondo Giovanni perché dà una lettura della Passione che è molto profonda e penetrante. E poi ho scelto, di San Francesco, quei brevi passaggi in cui riflette sugli aspetti centrali della stazione stessa. Per esempio, all’inizio quando c’è la condanna di Gesù da parte di Pilato, ho preso un breve testo di San Francesco che parla dell’importanza del giudicare con misericordia».

Ha avuto presente anche volti e storie concrete?

«Le meditazioni hanno un carattere universale, ma dietro ci sono anche ricordi, reminiscenze, esperienze fatte, situazioni che riguardano anche l’attualità più o meno recente. Ad esempio quando parlo delle donne e della sofferenza delle madri è evidente che non posso non pensare, dopo nove anni in Terra Santa, alle sofferenze delle tante madri che hanno perso i loro figli a causa dei conflitti un po’ in tutto il Medio Oriente. Così quando faccio riferimento all’importanza dell’aver rispetto per la persona sempre, anche quando si tratta di un criminale. O quando parlo dell’importanza del saper rispettare i morti e quindi anche del dare la possibilità di onorare un congiunto che è stato ucciso, penso alle situazioni di oggi. E, così come è stato permesso ai familiari e agli amici di Gesù, dopo la sua morte, di onorarne il corpo, ho in mente i tanti casi di cui abbiamo letto e abbiamo avuto esperienza da vicino nel corso di questi anni in cui questo non è stato possibile. Sono riflessioni che toccano, però, anche altri contesti».

Uno sguardo dalla Terra Santa, ma non solo?

«Ho sempre detto che l’esperienza del trovarsi in mezzo ai conflitti non riguarda solo i cristiani che vivono in Medio Oriente. Secondo le statistiche i cristiani, con gli oltre 300 milioni di perseguitati, sono la confessione più oppressa al mondo. Soffrono in Terra Santa, ma anche in Africa, in Asia. Patiscono i cristiani nel Kivu, nel Sud Sudan, in Nigeria, in Myanmar. Dobbiamo avere un orizzonte molto più ampio. Così come per le guerre, che sono una sessantina e non solo in Medio Oriente o in Ucraina. Nelle meditazioni ho tenuto presente questo sfondo di sofferenza del mondo intero e, in qualche modo anche una intuizione di Pascal di qualche secolo fa, che dice che “Cristo è in agonia fino alla fine del mondo”».

Pensando proprio alla Via Crucis, cosa possiamo fare per i cristiani che ancora oggi sono crocifissi?

«Prima di tutto bisogna ricordarsi che ci sono, perché a volte i cristiani che vivono dove non ci sono problemi rischiano di dimenticarsi dei propri fratelli e delle proprie sorelle che vivono in contesti molto difficili. E poi sicuramente i cristiani che soffrono hanno bisogno di una vicinanza attraverso la preghiera e il digiuno a livello mondiale. Queste preghiere esprimono una solidarietà profonda e possono diventare anche transconfessionali perché un invito al digiuno e alla preghiera può coinvolgere anche ebrei, musulmani, buddisti, induisti. In tutte le religioni esiste la dimensione della preghiera. Questo è un linguaggio universale. E poi bisogna continuare a tenere sveglia la coscienza attraverso l’informazione. Una informazione che, cosa diversa dalla propaganda e dagli influencer, deve cercare e trasmettere la verità. I cristiani non possono limitarsi a ripetere banalità. E poi devono fare gesti concreti».

Per esempio?

«Il Venerdì Santo, tutti gli anni, per i cristiani di Terra Santa c’è la colletta, in gran parte gestita dalla Custodia. Quella è una solidarietà concreta e necessaria. Se durante gli anni del Covid e durante questi anni di guerre senza pellegrini, senza turisti, senza possibilità di lavoro i cristiani di Terra Santa hanno potuto continuare a vivere è stato anche grazie alla solidarietà che arriva, attraverso la Custodia, grazie alla colletta. Memoria, preghiera e digiuno, informazione e solidarietà sono elementi da tenere insieme».

Lei è stato tanti anni a Gerusalemme, come si fa ad essere cristiani in Terra Santa, in questo momento, e a non odiare?

«Noi siamo discepoli di Gesù Cristo e non mi pare che la situazione in cui si trovavano lui e i suoi discepoli il Giovedì Santo fosse una situazione comoda e tranquilla. Non dimentichiamo anche che la prima comunità cristiana è stata perseguitata esattamente come è stato perseguitato Gesù Cristo, che viene arrestato la notte tra il giovedì e il Venerdì Santo, viene processato sommariamente passando attraverso un processo religioso e uno civile, e poi viene condannato a morte e crocifisso con la morte più atroce. I suoi, a parte le donne e Giovanni, sostanzialmente, scappano. La prima comunità cristiana non avrà vita facile. Quello che noi chiamiamo San Paolo prima si chiamava Saulo ed era un persecutore, lo dice lui stesso nelle sue Lettere. La prima generazione cristiana ha subito delle persecuzioni feroci sia in Terra Santa sia nel resto del territorio dell’Impero romano. Questo per dire che è anomalo non quando i cristiani devono affrontare difficoltà, ma quando i cristiani vivono in pantofole. L’autore della Lettera agli ebrei dice, ai cristiani della prima generazione, “Guardate che voi non avete ancora resistito fino al sangue”, cioè non siete ancora arrivati a dar la vita per Gesù Cristo. Allora i cristiani che vivono in contesti difficili, ripeto, non solo in Terra Santa, devono avere la piena coscienza che essere cristiani vuol dire vivere la propria vita anche sull’orizzonte del martirio, cioè sull’orizzonte del dare la vita per una fedeltà al dono ricevuto, di una risposta a questo amore smisurato o, come lo chiamava San Francesco, “esagerato” che ha manifestato Gesù dando la vita per noi».

Senza avere paura?

«Nel Vangelo Gesù dice “Non temere piccolo gregge”. Certo, ha parlato anche alle folle, ma quando dice “piccolo gregge” vuol dire che, tutto sommato, i suoi discepoli erano statisticamente irrilevanti anche allora. Noi, quindi, dobbiamo avere questa coscienza che la nostra forza non risiede nei numeri, nei mezzi, nel potere, ma nella vicinanza di Dio».

Eppure, proprio in questi giorni il premier Netanyahu ha detto che è preferibile Gengis Khan a Gesù perché il bene va imposto con la forza spietata. E abbiamo anche visto Trump farsi benedire dagli evangelical nello studio ovale per la guerra contro l’Iran. Dio non c’entra con le guerre?

«La Chiesa cattolica c’era già arrivata più di 100 anni fa. Nel 1917 quando le potenze cristiane combattevano la Prima guerra mondiale e chiesero a Benedetto XV di benedire gli eserciti il Pontefice fece una nota, il 1 agosto 1917, con la quale si rifiuta di benedire quella che definisce una “inutile strage” e da allora in avanti dà una serie di indicazioni spiegando che i problemi vanno risolti attraverso il dialogo diplomatico, che deve esserci una legge internazionale che venga rispettata, che le risorse vanno investite non per gli armamenti, ma per lo sviluppo dei popoli. Cento anni fa dice cose che sono attuali oggi. E il magistero in questi cento anni è stato costante. Papa Leone, nella domenica delle Palme ha detto cose molto forti ricordando che Dio non ascolta la preghiera di quelli che hanno le mani sporche di sangue. Quindi altro che paragonare Gengis Khan a Gesù Cristo o parlare di esportazione del bene con la forza. Non funziona, non è questa la logica del Regno di Dio».

Anche tanti cristiani credono nella forza delle armi. Cosa ne pensa?

«Se qualcuno ha un Vangelo dal quale sono cancellati i capitoli di Matteo del discorso della montagna, non so che dire. Nel discorso della montagna Gesù non parla di uso della forza, ma del non resistere al malvagio, del fare due miglia con chi ti costringe a farne uno, del dare la tunica a chi ti prende il mantello. Parla del perdono dei nemici e della preghiera per i nemici, presenta le beatitudini come ideale di vita cristiana. Definisce esplicitamente “beati” coloro che operano per la pace. Dice “beati i miti”. “Beati i forti” lo dice la mentalità mondana. Ed è una tentazione, quella che Gesù affronta nel deserto quando Satana propone di mettere la gente sotto i piedi adorando lui. Gesù rifiuta quel tipo di potere che è il potere satanico e propone invece un potere che è quello di dare la vita, non di toglierla. Il potere non di calpestare qualcuno, ma di inginocchiarsi anche davanti a quelli che Papa Francesco chiamava gli scartati, e di lavare loro i piedi».

L’approvazione della legge che introduce la pena di morte contro i palestinesi scava ancora di più un solco tra gli abitanti della Terra Santa?

«Approfondisce il solco dell’odio e motiverà ancora di più il fanatismo. All’inizio della Bibbia, nel libro della Genesi, quando Caino uccide il proprio fratello Abele, Dio dice a Caino: “Il sangue di tuo fratello grida a me dalla terra”. La terra è intrisa di sangue, non è con la pena di morte che si risolvono le cose e tantomeno con una legge che è fortemente discriminatoria».

Ci sono esempi di speranza?

«Certamente. Uno dei promotori del dialogo tra ebrei e palestinesi è proprio un ebreo israeliano che ha perso il papà e la mamma il 7 ottobre del 2023 Maoz Inon. Ha cominciato a promuovere la ricerca della pace con l’aiuto di un palestinese, Aziz Abu Sarah. Dopo l’uccisione dei genitori che erano nel kibbutz vicino alla Striscia di Gaza, ha sognato che il terreno era intriso di sangue e lui cominciava a piangere. Tantissime persone si univano al suo pianto e, piangendo, lavavano il sangue dal terreno. Ecco, lui ha capito che non è attraverso il versare nuovo sangue che si fa un passo in avanti, ma è attraverso il dare un significato diverso anche alla propria sofferenza trasformandola in una molla che non incrementa e amplifica l’odio e la sete di vendetta, ma anzi, in uno strumento di comprensione, di compassione e di solidarietà. Lo stesso ha fatto il palestinese Aziz dopo che suo fratello è stato ucciso a 18 anni a causa del carcere duro che aveva subito in Israele. All’inizio lui sentiva un grandissimo desiderio di vendetta, ma si è reso conto che questo sentimento gli mangiava il cuore e quindi, a un certo punto, ha deciso di perdonare non perché chi aveva ucciso suo fratello meritasse il perdono, ma perché si è reso conto che, se lui non perdonava, la sua vita era finita. Quindi esiste un’alternativa, anche se temo che, se la Corte costituzionale non fermerà la legge sulla pena di morte, chiaramente discriminatoria, in molte persone questo porterà ad approfondire il solco dell’odio, dell’inimicizia e del desiderio di vendetta».

Lei adesso è al Monte Nebo, in Giordania. Com’è vivere lì?

«Sul Monte Nebo ho potuto recuperare un ritmo di vita un po’ più normale e anche un ritmo di preghiera molto più intenso. Da qui vedo Gerusalemme Betlemme, Ramallah, il Mar Morto il lago di Gerico. È un luogo di grande spiritualità perché è quello dove Mosè ha terminato il suo percorso terreno. Da qui ha visto la Terra della promessa, ma senza potervi entrare. Entrando, però, in una terra migliore che è quella della comunione con Dio. Anche la tradizione ebraica dice che quando Mosè muore, Dio prende la sua anima con un bacio, quasi a dire che il morire di Mosè non è stato la fine di tutto, ma è stato l’entrare in maniera ancora più profonda in questa relazione di amore che lo aveva portato a servire il popolo durante tutto il cammino dell’esodo».