«Il mio sentimento nasce dalla mia vocazione e dalla mia visione del mondo. Anche nei momenti più difficili cerco sempre di guardare a quello che cresce piuttosto che quello che distrugge»
La tragicità del momento è in un video che ha fatto lo studente stesso, con il suo cellulare appeso al collo, e ha trasmesso in diretta su Telegram, su un canale ce – pare – abbia creato e amministrato lui stesso, dal 20 marzo al giorno della «vendetta», come ha chiamato l’aggressione in una sorta di “manifesto” del suo piano.
Ora, il giovane (che, per sua ammissione, ha avuto una diagnosi di Adhd, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività) si trova in una comunità educativa. Essendo minore di 14 anni, non è imputabile ma, se ritenuto socialmente pericoloso, potrebbe essere sottoposto a una misura di sicurezza. Chiara Mocchi fa fatica a parlare. Ogni parola, per lei è un dolore inimmaginabile, avendo avuto delle coltellate anche al collo. Tuttavia, ha voluto con tutta sé stessa dettare le risposte della nostra intervista al suo avvocato, che le ha trascritte con cura e amorevolezza.
– Da cosa nasce la gratitudine?
«La mia famiglia e i miei nonni mi hanno insegnato fin da bambina gli ideali cristiani. Ho frequentato le scuole delle Suore Orsoline di Bergamo, dove la mitica Suor Ferrantina mi ha fatto amare il francese, e dove ho potuto approfondire i principi cristiani che ancora oggi guidano la mia vita. Ho sempre vissuto la mia professione di insegnante di francese alle scuole medie, ora a Trescore, come una vocazione: educare e accompagnare i ragazzi nella loro crescita. Per questo, anche nei momenti più difficili, cerco di guardare alla luce, a ciò che salva e che costruisce, piuttosto che a ciò che distrugge. La gratitudine, per me, nasce proprio da questo percorso interiore e da questa visione del mondo».
– Che cosa – a suo parere – bisognerebbe fare per stare vicino ai ragazzi di oggi?
«Da insegnante di scuola media, credo che la prima cosa sia ascoltarli davvero. I ragazzi oggi sono esposti a pressioni, fragilità e solitudini che spesso non emergono in superficie. Serve presenza, attenzione quotidiana, qualcuno che li guardi negli occhi e colga i segnali, anche quelli più piccoli. Sono distratti spesso dagli schermi dei telefoni. Prima di farli entrare in classe devo raccogliere tutti questi telefonini in una borsa. Stare loro vicino significa offrirgli una guida autentica, non solo regole; significa costruire fiducia, farli sentire visti e valorizzati. E poi serve una rete: scuola, famiglia, servizi, territorio. Nessuno può farcela da solo. Quando un ragazzo cade, è l’intera comunità che deve saper tendere la mano».
– Quale deve essere il ruolo della scuola e della famiglia?
«Dalla mia posizione privilegiata di insegnamento, noto che la scuola e la famiglia sono i due pilastri fondamentali nella vita di un giovane. La famiglia è il primo luogo dell’amore, dell’educazione affettiva ed emotiva. È lì che si imparano il rispetto, i limiti, la responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. I principi che mi sono stati insegnati da mio padre e mia madre. Dall’interno della scuola media vedo che in questa istituzione continua questo cammino, lo amplia e lo sostiene. Non è solo un luogo di istruzione, ma una palestra di vita: qui si imparano la convivenza, la gestione dei conflitti, la relazione con il mondo. Quando scuola e famiglia dialogano e collaborano, il ragazzo percepisce una direzione chiara, una coerenza educativa, e si sente protetto. Quando invece si allontanano o si scaricano le responsabilità a vicenda, il ragazzo resta solo e più esposto. E i risultati sono imprevedibili. Per questo, è fondamentale che entrambe le istituzioni si riconoscano come alleate e costruiscano insieme il percorso di crescita di ogni giovane».
