La conversione: Seguire il Signore Gesù nella via dell’umiltà
Dopo gli Esercizi Spirituali guidati dalla figura di san Bernardo di
Chiaravalle, le meditazioni quaresimali di quest’anno non potevano che
ispirarsi all’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi. I due santi non sono
lontani tra loro: Bernardo muore nel 1153, Francesco nasce nel 1181, a meno di
trent’anni di distanza. È come se il testimone della sequela evangelica passasse
di mano in mano, attraverso i secoli, senza mai spegnersi.
Quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla morte di Francesco, e il Santo
Padre ha voluto che l’anniversario fosse segnato da un nuovo speciale giubileo,
invitando la Chiesa intera a lasciarsi nuovamente raggiungere dalla grazia di
Dio attraverso la testimonianza del Poverello di Assisi. Francesco non è soltanto
un santo da ricordare o da ammirare: è un uomo attraversato dal fuoco del
Vangelo, capace di riaccendere in ciascuno la nostalgia di una vita nuova nello
Spirito.
Per ripercorrere il suo cammino spirituale, la prima meditazione si sofferma
sulla sua conversione e si sviluppa in cinque passaggi: il cambio di gusto che la
grazia opera nella sensibilità; l’alterazione prodotta dal peccato e la necessità di
una guarigione radicale; l’umiltà come vera misura della grandezza umana; la
scelta di diventare più piccoli come forma propria della vita battesimale; infine,
il carattere continuo della conversione, che non si compie una volta per tutte,
ma ricomincia sempre.
Chiaravalle, le meditazioni quaresimali di quest’anno non potevano che
ispirarsi all’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi. I due santi non sono
lontani tra loro: Bernardo muore nel 1153, Francesco nasce nel 1181, a meno di
trent’anni di distanza. È come se il testimone della sequela evangelica passasse
di mano in mano, attraverso i secoli, senza mai spegnersi.
Quest’anno ricorrono gli ottocento anni dalla morte di Francesco, e il Santo
Padre ha voluto che l’anniversario fosse segnato da un nuovo speciale giubileo,
invitando la Chiesa intera a lasciarsi nuovamente raggiungere dalla grazia di
Dio attraverso la testimonianza del Poverello di Assisi. Francesco non è soltanto
un santo da ricordare o da ammirare: è un uomo attraversato dal fuoco del
Vangelo, capace di riaccendere in ciascuno la nostalgia di una vita nuova nello
Spirito.
Per ripercorrere il suo cammino spirituale, la prima meditazione si sofferma
sulla sua conversione e si sviluppa in cinque passaggi: il cambio di gusto che la
grazia opera nella sensibilità; l’alterazione prodotta dal peccato e la necessità di
una guarigione radicale; l’umiltà come vera misura della grandezza umana; la
scelta di diventare più piccoli come forma propria della vita battesimale; infine,
il carattere continuo della conversione, che non si compie una volta per tutte,
ma ricomincia sempre.
1. Il cambio di gusto
Che cosa intendiamo quando parliamo di conversione? È una domanda che
merita di essere posta con onestà, perché le risposte possibili sono molte e non
tutte ugualmente fedeli al Vangelo. La catechesi tradizionale la descrive come
un ritorno a Dio dopo l’allontanamento del peccato. La teologia morale ne
sottolinea la dimensione di cambiamento della condotta. La tradizione ascetica
insiste sulla necessità di pratiche penitenziali che disciplinino il corpo e la
volontà. La Scrittura, da parte sua, utilizza un termine che attraversa e supera
tutte queste prospettive: metánoia, cambiamento della mente, del cuore, del
modo profondo in cui si percepisce la realtà. Non una semplice correzione di
rotta, ma una trasformazione dello sguardo. Non soltanto una revisione dei
comportamenti, ma una rivoluzione della sensibilità.
Chi ha ragione? In qualche misura, tutti. Ma c’è un ordine da rispettare.
Comprendere dove comincia davvero la conversione – quale sia il suo punto
sorgivo – non è una questione teorica. È il problema più concreto che esista. Se
sbagliamo il punto di partenza, rischiamo di costruire su fondamenta fragili.
Sappiamo che la conversione evangelica è anzitutto iniziativa di Dio, alla
quale l’uomo è chiamato a partecipare con tutta la sua libertà. Non è né pura
passività né pura conquista. È una risposta: la risposta più adeguata che un
essere umano possa dare alla grazia che lo precede e lo chiama. La conversione
accade nel punto più intimo della nostra natura, là dove l’immagine di Dio
impressa in noi attende di essere risvegliata. È come se qualcosa, a lungo
rimasto silenzioso, tornasse improvvisamente a vibrare.
È qui che l’esperienza di Francesco d’Assisi si rivela preziosa. Nel suo
Testamento, dettato pochi mesi prima della morte, egli scrive così:
«Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così.
Quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il
Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi
da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo»
(Testamento, Fonti Francescane 110).
Nel ricordare le tappe essenziali del suo cammino, Francesco per prima cosa
afferma che l’iniziativa è tutta del Signore. È Dio che gli ha donato di iniziare a
fare penitenza, cioè di entrare in un cammino di conversione. Il “fare penitenza”
di cui parla Francesco non va inteso come un esercizio ascetico con cui meritare
la grazia di una nuova relazione con Dio. Allude piuttosto a un completo
cambiamento di sensibilità: un nuovo modo di guardare se stessi, gli altri e la
realtà alla luce del Vangelo.
Questo cambiamento comincia in modo molto concreto: quando egli inizia
ad avere misericordia degli altri. È il centro del suo racconto. In quell’incontro
con i lebbrosi il giovane Francesco sperimenta un definitivo rovesciamento di
gusto: scopre una dolcezza inattesa proprio là dove non la cercava e dove
nemmeno si aspettava di trovarla.
Nel momento in cui si dona gratuitamente ai più poveri della società,
dimenticando per la prima volta se stesso, Francesco trova la risposta a quel
disagio che abitava il suo cuore: l’amarezza di una vita piena di molte cose ma
ancora vuota del suo valore essenziale. Quell’incontro provoca in lui un
terremoto interiore: ciò che prima gli sembrava amaro è diventato dolce.
Questo è il cuore della conversione: non anzitutto un atto della volontà, ma
una trasformazione interiore, un misterioso mutamento della sensibilità.
Questo cambiamento non elimina la nostra partecipazione; la rende più vera,
più libera, più gioiosa. Lo sforzo non scompare, ma cambia di segno. La
conversione non è più il tentativo di raddrizzare la vita con le proprie forze, ma
la risposta a una grazia che ha ridefinito i parametri del nostro modo di
percepire, di giudicare e di desiderare.
Pensiamo, invece, a cosa accade quando questo passaggio manca. Se fossimo
costretti ogni giorno a mangiare cibi di cui non abbiamo mai apprezzato il
sapore, potremmo farlo per disciplina, per un certo tempo, ma senza gioia e con
crescente fatica. Se qualcuno coltivasse una passione senza averne mai
sperimentato il piacere e la risonanza interiore, finirebbe presto per viverla
come un peso. Se ci si trovasse a costruire una vita con qualcuno senza aver mai
provato un amore vero, quella relazione rischierebbe di diventare una forma di
costrizione. E se un religioso indossasse abiti, compisse gesti e pronunciasse
parole nel nome di un Dio conosciuto solo per sentito dire, senza averne una
reale esperienza personale, finirebbe per vivere un profondo disagio interiore,
che potrebbe ricadere anche sulle persone a lui affidate.
Sono situazioni difficili da sostenere a lungo. E qualcosa di simile accade
quando la conversione è impostata male: quando chiediamo a noi stessi – o
persino agli altri – di aderire a una morale senza aver prima gustato la dolcezza
della vita nuova in Cristo.
Il “fare penitenza” di cui parla Francesco non è un programma di austerità
volontaristica, ma l’inizio di un combattimento per difendere e custodire il
tesoro di un sapore nuovo delle cose, finalmente recuperato. È nutrire con
fedeltà il seme di una vita nuova, che Dio è riuscito a porre nella terra del nostro
cuore.
Che cosa intendiamo quando parliamo di conversione? È una domanda che
merita di essere posta con onestà, perché le risposte possibili sono molte e non
tutte ugualmente fedeli al Vangelo. La catechesi tradizionale la descrive come
un ritorno a Dio dopo l’allontanamento del peccato. La teologia morale ne
sottolinea la dimensione di cambiamento della condotta. La tradizione ascetica
insiste sulla necessità di pratiche penitenziali che disciplinino il corpo e la
volontà. La Scrittura, da parte sua, utilizza un termine che attraversa e supera
tutte queste prospettive: metánoia, cambiamento della mente, del cuore, del
modo profondo in cui si percepisce la realtà. Non una semplice correzione di
rotta, ma una trasformazione dello sguardo. Non soltanto una revisione dei
comportamenti, ma una rivoluzione della sensibilità.
Chi ha ragione? In qualche misura, tutti. Ma c’è un ordine da rispettare.
Comprendere dove comincia davvero la conversione – quale sia il suo punto
sorgivo – non è una questione teorica. È il problema più concreto che esista. Se
sbagliamo il punto di partenza, rischiamo di costruire su fondamenta fragili.
Sappiamo che la conversione evangelica è anzitutto iniziativa di Dio, alla
quale l’uomo è chiamato a partecipare con tutta la sua libertà. Non è né pura
passività né pura conquista. È una risposta: la risposta più adeguata che un
essere umano possa dare alla grazia che lo precede e lo chiama. La conversione
accade nel punto più intimo della nostra natura, là dove l’immagine di Dio
impressa in noi attende di essere risvegliata. È come se qualcosa, a lungo
rimasto silenzioso, tornasse improvvisamente a vibrare.
È qui che l’esperienza di Francesco d’Assisi si rivela preziosa. Nel suo
Testamento, dettato pochi mesi prima della morte, egli scrive così:
«Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così.
Quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il
Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi
da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo»
(Testamento, Fonti Francescane 110).
Nel ricordare le tappe essenziali del suo cammino, Francesco per prima cosa
afferma che l’iniziativa è tutta del Signore. È Dio che gli ha donato di iniziare a
fare penitenza, cioè di entrare in un cammino di conversione. Il “fare penitenza”
di cui parla Francesco non va inteso come un esercizio ascetico con cui meritare
la grazia di una nuova relazione con Dio. Allude piuttosto a un completo
cambiamento di sensibilità: un nuovo modo di guardare se stessi, gli altri e la
realtà alla luce del Vangelo.
Questo cambiamento comincia in modo molto concreto: quando egli inizia
ad avere misericordia degli altri. È il centro del suo racconto. In quell’incontro
con i lebbrosi il giovane Francesco sperimenta un definitivo rovesciamento di
gusto: scopre una dolcezza inattesa proprio là dove non la cercava e dove
nemmeno si aspettava di trovarla.
Nel momento in cui si dona gratuitamente ai più poveri della società,
dimenticando per la prima volta se stesso, Francesco trova la risposta a quel
disagio che abitava il suo cuore: l’amarezza di una vita piena di molte cose ma
ancora vuota del suo valore essenziale. Quell’incontro provoca in lui un
terremoto interiore: ciò che prima gli sembrava amaro è diventato dolce.
Questo è il cuore della conversione: non anzitutto un atto della volontà, ma
una trasformazione interiore, un misterioso mutamento della sensibilità.
Questo cambiamento non elimina la nostra partecipazione; la rende più vera,
più libera, più gioiosa. Lo sforzo non scompare, ma cambia di segno. La
conversione non è più il tentativo di raddrizzare la vita con le proprie forze, ma
la risposta a una grazia che ha ridefinito i parametri del nostro modo di
percepire, di giudicare e di desiderare.
Pensiamo, invece, a cosa accade quando questo passaggio manca. Se fossimo
costretti ogni giorno a mangiare cibi di cui non abbiamo mai apprezzato il
sapore, potremmo farlo per disciplina, per un certo tempo, ma senza gioia e con
crescente fatica. Se qualcuno coltivasse una passione senza averne mai
sperimentato il piacere e la risonanza interiore, finirebbe presto per viverla
come un peso. Se ci si trovasse a costruire una vita con qualcuno senza aver mai
provato un amore vero, quella relazione rischierebbe di diventare una forma di
costrizione. E se un religioso indossasse abiti, compisse gesti e pronunciasse
parole nel nome di un Dio conosciuto solo per sentito dire, senza averne una
reale esperienza personale, finirebbe per vivere un profondo disagio interiore,
che potrebbe ricadere anche sulle persone a lui affidate.
Sono situazioni difficili da sostenere a lungo. E qualcosa di simile accade
quando la conversione è impostata male: quando chiediamo a noi stessi – o
persino agli altri – di aderire a una morale senza aver prima gustato la dolcezza
della vita nuova in Cristo.
Il “fare penitenza” di cui parla Francesco non è un programma di austerità
volontaristica, ma l’inizio di un combattimento per difendere e custodire il
tesoro di un sapore nuovo delle cose, finalmente recuperato. È nutrire con
fedeltà il seme di una vita nuova, che Dio è riuscito a porre nella terra del nostro
cuore.
2. L’alterazione del peccato
Per capire perché la conversione debba essere così radicale – perché non basti
correggere qualche comportamento, ma occorra un vero rinnovamento della
sensibilità – bisogna sondare la profondità del solco che il peccato ha scavato in
noi. Parliamo di quella odiosa distanza da noi stessi, quella fatica a volere
davvero il bene che pure riconosciamo come tale, quella scissione tra ciò che
siamo e ciò che vorremmo essere. San Paolo ne parla con una disarmante onestà
nella Lettera ai Romani:
«Non capisco nemmeno le mie stesse azioni: non faccio quello che voglio, ma quello
che detesto. Quando faccio quello che non voglio, riconosco che la legge è buona.
Ma allora non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so che in me, cioè
nella mia carne, non abita il bene: c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità
di attuarlo» (Romani 7,15-18).
Queste parole non descrivono la condizione di un peccatore che non vuole
cambiare, ma di chi desidera il bene e tuttavia si ritrova a compiere il male che
non vuole. Per questo la conversione richiede una vita intera: perché la ferita
del peccato non riguarda solo alcune scelte sbagliate, ma tocca più
profondamente il modo stesso in cui siamo fatti.
Per capire l’origine di questa condizione, dobbiamo tornare all’inizio. Il
racconto di Genesi 3 non parla semplicemente di una trasgressione, ma
documenta una trasformazione profonda avvenuta nell’uomo dopo il gesto di
disobbedienza. Prima ancora che compaia la reazione di Dio, il testo annota due
cose importanti: l’uomo si accorge di essere nudo, e sperimenta il sentimento
della paura, cercando di nascondersi da Dio.
«Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi;
intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture» (Genesi 3,7).
«Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”.
Rispose: “Ho udito la tua voce nel giardino:
ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”» (Genesi 3,9-10).
La paura e la vergogna sono i primi frutti del peccato. Non un castigo che
arriva dall’esterno, ma un cambiamento che nasce dentro l’essere umano. Prima
della caduta, l’uomo e la donna erano nudi e non provavano vergogna. Dopo il
peccato questo equilibrio si rompe. Nasce una frattura: con Dio, con l’altro e
persino con se stessi. L’uomo non si sente più in pace, comincia a percepirsi
sbagliato e a guardare l’altro con sospetto. Per questo compaiono la paura e la
vergogna. Non sono emozioni superficiali, ma il segno di un grave disagio:
l’uomo avverte dentro di sé una spaccatura tra ciò che desidera essere e ciò che
scopre di essere.
Ecco cosa produce il peccato. Non toglie qualcosa a Dio: altera noi. Si
confondono le categorie della nostra sensibilità: non riconosciamo più con
chiarezza ciò che è buono, vero e bello. E così perdiamo anche la giusta misura
di noi stessi, dimenticando la grandezza a cui siamo chiamati.
Viviamo in un tempo in cui la parola “peccato” sembra quasi scomparsa dal
nostro modo di pensare. Nella coscienza comune – e talvolta anche nella vita
della Chiesa – tutto viene spiegato come fragilità, ferita, limite,
condizionamento. Quando ancora si parla di peccato, lo si riduce spesso a un
piccolo errore o a una debolezza.
In questo sguardo c’è qualcosa di vero. La tradizione spirituale ha sempre
riconosciuto che la fragilità umana non si riduce alla cattiva volontà e che il
giudizio deve essere accompagnato dalla misericordia. Il problema nasce
quando questa prospettiva sostituisce quella teologica invece di integrarla. Se
ogni peccato diventa solo un sintomo e ogni colpa una disfunzione, rischia di
scomparire qualcosa di essenziale: la grandezza della libertà umana e della sua
responsabilità. Se ogni scelta è solo il risultato della nostra storia, dei nostri
traumi o dei nostri condizionamenti, allora tutto diventa spiegabile e, alla fine,
anche giustificabile. Ma se è così, la libertà è solo un’illusione e la responsabilità
morale perde significato.
E qui appare un paradosso. Se non esiste più la possibilità di un male vero,
non possiamo credere nemmeno alla possibilità di un bene vero. Se il peccato
scompare, anche la santità diventa un destino astratto e incomprensibile.
Per questo la fede cristiana prende sul serio il peccato. Non per accusare
l’uomo, ma per custodire e affermare la sua grandezza. Per riconoscere che le
sue scelte contano davvero, che la sua libertà è reale e che con essa può costruire
o distruggere: se stesso, gli altri, il mondo. Significa anche riconoscere che
dentro di noi c’è una ferita vera, che non si risolve con qualche aggiustamento,
ma ha bisogno di una guarigione profonda.
La conversione è un itinerario esigente, perché ha il compito di risanare la
nostra esistenza facendoci recuperare la relazione con Dio, nostro Creatore e
Salvatore. È un dono della grazia, ma prende forma nella ripetizione concreta
di gesti e scelte che abbiamo iniziato a vivere nella libertà e nell’amore. La sua
efficacia dipende proprio dalla capacità di custodire nel tempo questi gesti,
anche quando diventano faticosi o ripetitivi. Non è una fatica sterile: è la fedeltà
di chi ha già intravisto il senso e il valore di ciò che vive e, proprio per questo,
continua a praticarlo con libertà e con gioia.
Quando san Francesco, dopo l’incontro con i lebbrosi, avverte per la prima
volta dentro di sé qualcosa di vero e di libero, la sua risposta non è una resa né
una rinuncia: è un riconoscimento. E quando, nella piccola chiesa della
Porziuncola, ascolta il Vangelo e comprende che quella parola lo chiama per
nome, reagisce con un grido di gioia: «Questo voglio, questo chiedo, questo
bramo di fare con tutto il cuore!» (Vita Prima di Tommaso da Celano 22, FF 356).
Francesco inizia a fare penitenza perché nell’incontro con Cristo ritrova
finalmente se stesso: l’immagine dell’uomo nuovo «creato secondo Dio nella
giustizia e nella vera santità» (Efesini 4,24), quell’immagine che il peccato aveva
oscurato e che la grazia stava riportando alla luce.
Per capire perché la conversione debba essere così radicale – perché non basti
correggere qualche comportamento, ma occorra un vero rinnovamento della
sensibilità – bisogna sondare la profondità del solco che il peccato ha scavato in
noi. Parliamo di quella odiosa distanza da noi stessi, quella fatica a volere
davvero il bene che pure riconosciamo come tale, quella scissione tra ciò che
siamo e ciò che vorremmo essere. San Paolo ne parla con una disarmante onestà
nella Lettera ai Romani:
«Non capisco nemmeno le mie stesse azioni: non faccio quello che voglio, ma quello
che detesto. Quando faccio quello che non voglio, riconosco che la legge è buona.
Ma allora non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so che in me, cioè
nella mia carne, non abita il bene: c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità
di attuarlo» (Romani 7,15-18).
Queste parole non descrivono la condizione di un peccatore che non vuole
cambiare, ma di chi desidera il bene e tuttavia si ritrova a compiere il male che
non vuole. Per questo la conversione richiede una vita intera: perché la ferita
del peccato non riguarda solo alcune scelte sbagliate, ma tocca più
profondamente il modo stesso in cui siamo fatti.
Per capire l’origine di questa condizione, dobbiamo tornare all’inizio. Il
racconto di Genesi 3 non parla semplicemente di una trasgressione, ma
documenta una trasformazione profonda avvenuta nell’uomo dopo il gesto di
disobbedienza. Prima ancora che compaia la reazione di Dio, il testo annota due
cose importanti: l’uomo si accorge di essere nudo, e sperimenta il sentimento
della paura, cercando di nascondersi da Dio.
«Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi;
intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture» (Genesi 3,7).
«Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”.
Rispose: “Ho udito la tua voce nel giardino:
ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”» (Genesi 3,9-10).
La paura e la vergogna sono i primi frutti del peccato. Non un castigo che
arriva dall’esterno, ma un cambiamento che nasce dentro l’essere umano. Prima
della caduta, l’uomo e la donna erano nudi e non provavano vergogna. Dopo il
peccato questo equilibrio si rompe. Nasce una frattura: con Dio, con l’altro e
persino con se stessi. L’uomo non si sente più in pace, comincia a percepirsi
sbagliato e a guardare l’altro con sospetto. Per questo compaiono la paura e la
vergogna. Non sono emozioni superficiali, ma il segno di un grave disagio:
l’uomo avverte dentro di sé una spaccatura tra ciò che desidera essere e ciò che
scopre di essere.
Ecco cosa produce il peccato. Non toglie qualcosa a Dio: altera noi. Si
confondono le categorie della nostra sensibilità: non riconosciamo più con
chiarezza ciò che è buono, vero e bello. E così perdiamo anche la giusta misura
di noi stessi, dimenticando la grandezza a cui siamo chiamati.
Viviamo in un tempo in cui la parola “peccato” sembra quasi scomparsa dal
nostro modo di pensare. Nella coscienza comune – e talvolta anche nella vita
della Chiesa – tutto viene spiegato come fragilità, ferita, limite,
condizionamento. Quando ancora si parla di peccato, lo si riduce spesso a un
piccolo errore o a una debolezza.
In questo sguardo c’è qualcosa di vero. La tradizione spirituale ha sempre
riconosciuto che la fragilità umana non si riduce alla cattiva volontà e che il
giudizio deve essere accompagnato dalla misericordia. Il problema nasce
quando questa prospettiva sostituisce quella teologica invece di integrarla. Se
ogni peccato diventa solo un sintomo e ogni colpa una disfunzione, rischia di
scomparire qualcosa di essenziale: la grandezza della libertà umana e della sua
responsabilità. Se ogni scelta è solo il risultato della nostra storia, dei nostri
traumi o dei nostri condizionamenti, allora tutto diventa spiegabile e, alla fine,
anche giustificabile. Ma se è così, la libertà è solo un’illusione e la responsabilità
morale perde significato.
E qui appare un paradosso. Se non esiste più la possibilità di un male vero,
non possiamo credere nemmeno alla possibilità di un bene vero. Se il peccato
scompare, anche la santità diventa un destino astratto e incomprensibile.
Per questo la fede cristiana prende sul serio il peccato. Non per accusare
l’uomo, ma per custodire e affermare la sua grandezza. Per riconoscere che le
sue scelte contano davvero, che la sua libertà è reale e che con essa può costruire
o distruggere: se stesso, gli altri, il mondo. Significa anche riconoscere che
dentro di noi c’è una ferita vera, che non si risolve con qualche aggiustamento,
ma ha bisogno di una guarigione profonda.
La conversione è un itinerario esigente, perché ha il compito di risanare la
nostra esistenza facendoci recuperare la relazione con Dio, nostro Creatore e
Salvatore. È un dono della grazia, ma prende forma nella ripetizione concreta
di gesti e scelte che abbiamo iniziato a vivere nella libertà e nell’amore. La sua
efficacia dipende proprio dalla capacità di custodire nel tempo questi gesti,
anche quando diventano faticosi o ripetitivi. Non è una fatica sterile: è la fedeltà
di chi ha già intravisto il senso e il valore di ciò che vive e, proprio per questo,
continua a praticarlo con libertà e con gioia.
Quando san Francesco, dopo l’incontro con i lebbrosi, avverte per la prima
volta dentro di sé qualcosa di vero e di libero, la sua risposta non è una resa né
una rinuncia: è un riconoscimento. E quando, nella piccola chiesa della
Porziuncola, ascolta il Vangelo e comprende che quella parola lo chiama per
nome, reagisce con un grido di gioia: «Questo voglio, questo chiedo, questo
bramo di fare con tutto il cuore!» (Vita Prima di Tommaso da Celano 22, FF 356).
Francesco inizia a fare penitenza perché nell’incontro con Cristo ritrova
finalmente se stesso: l’immagine dell’uomo nuovo «creato secondo Dio nella
giustizia e nella vera santità» (Efesini 4,24), quell’immagine che il peccato aveva
oscurato e che la grazia stava riportando alla luce.
3. La misura ritrovata
Nella storia della Chiesa, Francesco d’Assisi è noto per aver abbracciato una
radicale povertà, scelta come forma essenziale della sua vita evangelica. Se però
leggiamo con attenzione i suoi scritti, ci accorgiamo che il suo amore per la
povertà non è mai disgiunto da una profonda stima per l’umiltà. Nella Regola
non Bollata scrive: «Tutti i frati si impegnino a seguire l’umiltà e la povertà del
Signore nostro Gesù Cristo» (Regola non Bollata, IX, FF 29). In una celebre lauda,
scrive: «Signora santa povertà, il Signore ti salvi con tua sorella, la santa
umiltà», spiegando come le due virtù agiscano insieme per purificare l’uomo:
«La santa povertà confonde la cupidigia e l’avarizia e le preoccupazioni del
secolo presente. La santa umiltà confonde la superbia e tutti gli uomini che sono
nel mondo» (Saluto alle Virtù, FF 256.258).
Per Francesco povertà e umiltà non sono mai separabili, perché scaturiscono
direttamente dal mistero dell’Incarnazione. Nella Lettera a tutto l’Ordine,
riflettendo sul mistero eucaristico, esclama: «O umiltà sublime! O sublimità
umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da
nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane» (FF 221). E,
dopo l’esperienza delle Stimmate sul monte della Verna, si rivolge e Dio,
dicendo: «Tu sei umiltà» (Lodi di Dio Altissimo, FF 261).
Il Cristo povero e umile non è per Francesco un’immagine devozionale tra le
altre, ma il nome più preciso di quel Dio rivelato nell’Incarnazione e nella
Pasqua del suo Verbo eterno. Nella povertà e nell’umiltà egli riconosce i tratti
stessi di Dio, che l’uomo è chiamato a vivere perché creato a sua immagine e
somiglianza.Se la povertà, nella forma radicale vissuta da Francesco, riguarda solo coloro
che si sentono chiamati a una simile vocazione, l’umiltà è una strada che ogni
battezzato è chiamato a percorrere se vuole accogliere pienamente la grazia
della vita in Cristo.
Vale la pena, allora, riscoprire il senso autentico di una parola spesso
fraintesa, a partire dalla sua etimologia. Il latino humilitas è imparentato con
humus, la terra. L’umile è colui che viene dalla terra, che appartiene alla terra,
che non dimentica di essere terra. Il gesto delle ceneri con cui si entra in
Quaresima – «ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» – non è un invito
alla tristezza né al disprezzo di sé: è una restituzione alla verità. È il modo in
cui la Chiesa ci riconsegna alla nostra misura più autentica, liberandoci dal peso
soffocante di ciò che non siamo.
Eppure, l’umiltà è stata spesso fraintesa. Nel mondo classico, questo concetto
aveva quasi sempre una connotazione negativa: indicava ciò che è
insignificante, miserabile, servile. Alcuni filosofi (Spinoza e Nietzsche) hanno
poi ereditato questa diffidenza, leggendo nell’umiltà o una passione triste nata
dalla contemplazione della propria impotenza, o la virtù dei vigliacchi che
elevano a valore ciò che è soltanto debolezza. Anche all’interno della storia
spirituale cristiana l’umiltà ha conosciuto le sue deformazioni: ridotta a
esercizio di disprezzo di sé, a mortificazione fine a se stessa, talvolta persino a
maschera dell’ipocrisia. Per questo è diventata una parola difficile da
pronunciare e ancor più difficile da incarnare.
Ma l’umiltà cristiana non ha nulla a che fare con queste sue contraffazioni.
La tradizione lo ha chiarito con lucidità: l’umiltà non è semplicemente una virtù
da conquistare con la volontà. È piuttosto un modo di abitare il mondo e le
relazioni; è il frutto di un’esperienza – spesso segnata dalle umiliazioni stesse –
che ridimensiona l’immagine gonfiata che abbiamo di noi e ci restituisce alla
verità. È un dono dello Spirito prima ancora che esercizio ascetico.
Gesù lo sapeva così bene da fare dell’umiltà l’unica qualità che, in tutto il
Vangelo, ha esplicitamente chiesto di imitare. Non dice: imparate da me a fare
miracoli o a risuscitare i morti. Dice soltanto: «Imparate da me, che sono mite e
umile di cuore» (Matteo 11,29). In quella parola ha riassunto il suo intero modo
di stare al mondo. I Padri ne hanno tratto una conclusione radicale: vivere
l’umiltà non significa aggiungere qualcosa a una normale vita cristiana, ma
comprenderla fino in fondo alla luce del Vangelo. L’umile è, semplicemente, il
cristiano. Sant’Agostino, invitando Dioscoro ad abbracciare la fede cristiana,
scrive: «La via della verità è la seguente: la prima l’umiltà, la seconda l’umiltà,
la terza l’umiltà; e ogni qualvolta tornassi a interrogarmi, ti risponderei sempre
così» (Epistola 118,3.22).
L’umiltà non impoverisce l’uomo: lo restituisce a se stesso. Non lo
rimpicciolisce: lo riconsegna alla sua vera grandezza. Per questo è così
strettamente legata alla conversione. Il peccato originale nasce precisamente da
un rifiuto dell’umiltà: dal non volersi accettare come esseri umani, finiti e
dipendenti da Dio. La conversione, allora, non può che essere compresa anche
come un ritorno all’umiltà. Non un abbassarsi al di sotto della propria realtà,
ma un rientrare in essa. Un discendere dalla falsa stima di sé alla propria verità
per scoprire che quella verità, in fondo, è sin dal principio benedetta.
4. Diventare più piccoli
Se torniamo all’incontro di Francesco con i lebbrosi, possiamo cogliere un
aspetto ancora più sorprendente della sua intuizione evangelica. Francesco era
un uomo assetato di pienezza: cercava gloria, inseguiva sogni, desiderava
vivere intensamente. Per tutta la vita aveva cercato di diventare “più grande”:
mercante affermato, cavaliere, uomo di prestigio. Ma quelle aspirazioni non gli
avevano restituito ciò che cercava. Quando invece si trova davanti a qualcuno
“più piccolo” di lui accade l’inatteso: la sua vera grandezza emerge. Non
attraverso la conquista, ma attraverso l’abbraccio. Non salendo, ma chinandosi.
Francesco comprende allora qualcosa di sorprendente: nel mondo creato da
Dio il posto privilegiato è quello dei piccoli. Proprio in loro si manifesta quel
“potere” di cui parla il Vangelo, quello di diventare figli di Dio. Un figlio,
infatti, è assolutamente in pace con il fatto di dover dipendere da un Padre. Per
questo non ha paura di essere se stesso e non prova vergogna nel chiedere. Da
questa libertà nasce una forza particolare: la capacità di suscitare il bene negli
altri. I piccoli, con la loro fragilità, risvegliano la misericordia, che è forse
l’energia più preziosa del mondo.
Per questo il poverello di Assisi chiede ai suoi compagni di chiamarsi «frati
minori». Non per sembrare più umili, ma per vivere realmente come dei piccoli:
uomini che non occupano tutto lo spazio, ma lo aprono agli altri. Essere piccoli,
per Francesco, è il modo concreto di incarnare il Vangelo: radicale apertura e
ospitalità all’altro.
Per insegnare ai suoi frati il valore di questa posizione di secondo piano,
Francesco li esorta ad andare a mendicare quando il lavoro non basta a
garantire il necessario.
«E quando sarà necessario, vadano per l’elemosina. […] E i frati che lavorano per
acquistarla avranno grande ricompensa e la fanno guadagnare e acquistare a quelli
che la donano; poiché tutte le cose che gli uomini lasceranno nel mondo periranno,
ma della carità e delle elemosine che hanno fatto riceveranno il premio dal Signore»
(Regola non Bollata, IX, FF 31).
L’andare a chiedere l’elemosina non era per Francesco una strategia legittima
– magari anche astuta – per ottenere cibo e altri beni materiali. Era un modo per
attivare negli altri la misericordia e la generosità: per far vivere ad altri la
medesima esperienza che lui aveva sperimentato nell’incontro con i lebbrosi.
Gesù, nel Vangelo, ha insistito molto sulla piccolezza come cifra del mistero
del Regno e come condizione per potervi accedere. Ha paragonato la logica del
Vangelo a un seme: piccolo, ma capace di diventare un albero che ospita gli
uccelli tra i suoi rami. Ha spiegato ai discepoli – sempre tentati da sogni di
grandezza – che solo chi si fa piccolo come un bambino può entrare nel regno
dei cieli. Anzi: che chi vuole essere grande deve diventare piccolo e farsi servo
di tutti.
Non è questo, in fondo, il grande segreto dell’Incarnazione? Perché Dio,
volendo assumere la nostra umanità, lo ha fatto facendosi non solo uomo, ma
bambino, nascendo nel grembo della Vergine Maria? Non soltanto per suscitare
stupore e meraviglia, ma per risvegliare il meglio della nostra umanità. È
davanti a qualcuno che non suscita né timore né competizione che noi
smettiamo di avere paura e vergogna, e ricominciamo a donare ciò che siamo.
Diventare piccoli, dunque, non è una rinuncia né una diminuzione: è una
dimensione essenziale dell’essere cristiani. Certo, non ogni forma di piccolezza
è autentica. Talvolta ciò che chiamiamo umiltà non è altro che il modo – sottile
e ingannevole – con cui alimentiamo le nostre insicurezze, autorizziamo i nostri
limiti a dominarci o ci sottraiamo alla fatica della vita e delle relazioni. È una
contraffazione che assume molte maschere. Ma quando scegliamo di diventare
– non di restare – piccoli perché abbiamo riconosciuto la piccolezza di Dio e ci
siamo sentiti da lui accolti e amati, allora questa scelta non è una forma di
regressione o di rinuncia: è il volto dell’uomo nuovo, che il Battesimo ci
restituisce.5. La conversione continua
Nella storia della Chiesa, Francesco d’Assisi è noto per aver abbracciato una
radicale povertà, scelta come forma essenziale della sua vita evangelica. Se però
leggiamo con attenzione i suoi scritti, ci accorgiamo che il suo amore per la
povertà non è mai disgiunto da una profonda stima per l’umiltà. Nella Regola
non Bollata scrive: «Tutti i frati si impegnino a seguire l’umiltà e la povertà del
Signore nostro Gesù Cristo» (Regola non Bollata, IX, FF 29). In una celebre lauda,
scrive: «Signora santa povertà, il Signore ti salvi con tua sorella, la santa
umiltà», spiegando come le due virtù agiscano insieme per purificare l’uomo:
«La santa povertà confonde la cupidigia e l’avarizia e le preoccupazioni del
secolo presente. La santa umiltà confonde la superbia e tutti gli uomini che sono
nel mondo» (Saluto alle Virtù, FF 256.258).
Per Francesco povertà e umiltà non sono mai separabili, perché scaturiscono
direttamente dal mistero dell’Incarnazione. Nella Lettera a tutto l’Ordine,
riflettendo sul mistero eucaristico, esclama: «O umiltà sublime! O sublimità
umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da
nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane» (FF 221). E,
dopo l’esperienza delle Stimmate sul monte della Verna, si rivolge e Dio,
dicendo: «Tu sei umiltà» (Lodi di Dio Altissimo, FF 261).
Il Cristo povero e umile non è per Francesco un’immagine devozionale tra le
altre, ma il nome più preciso di quel Dio rivelato nell’Incarnazione e nella
Pasqua del suo Verbo eterno. Nella povertà e nell’umiltà egli riconosce i tratti
stessi di Dio, che l’uomo è chiamato a vivere perché creato a sua immagine e
somiglianza.Se la povertà, nella forma radicale vissuta da Francesco, riguarda solo coloro
che si sentono chiamati a una simile vocazione, l’umiltà è una strada che ogni
battezzato è chiamato a percorrere se vuole accogliere pienamente la grazia
della vita in Cristo.
Vale la pena, allora, riscoprire il senso autentico di una parola spesso
fraintesa, a partire dalla sua etimologia. Il latino humilitas è imparentato con
humus, la terra. L’umile è colui che viene dalla terra, che appartiene alla terra,
che non dimentica di essere terra. Il gesto delle ceneri con cui si entra in
Quaresima – «ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» – non è un invito
alla tristezza né al disprezzo di sé: è una restituzione alla verità. È il modo in
cui la Chiesa ci riconsegna alla nostra misura più autentica, liberandoci dal peso
soffocante di ciò che non siamo.
Eppure, l’umiltà è stata spesso fraintesa. Nel mondo classico, questo concetto
aveva quasi sempre una connotazione negativa: indicava ciò che è
insignificante, miserabile, servile. Alcuni filosofi (Spinoza e Nietzsche) hanno
poi ereditato questa diffidenza, leggendo nell’umiltà o una passione triste nata
dalla contemplazione della propria impotenza, o la virtù dei vigliacchi che
elevano a valore ciò che è soltanto debolezza. Anche all’interno della storia
spirituale cristiana l’umiltà ha conosciuto le sue deformazioni: ridotta a
esercizio di disprezzo di sé, a mortificazione fine a se stessa, talvolta persino a
maschera dell’ipocrisia. Per questo è diventata una parola difficile da
pronunciare e ancor più difficile da incarnare.
Ma l’umiltà cristiana non ha nulla a che fare con queste sue contraffazioni.
La tradizione lo ha chiarito con lucidità: l’umiltà non è semplicemente una virtù
da conquistare con la volontà. È piuttosto un modo di abitare il mondo e le
relazioni; è il frutto di un’esperienza – spesso segnata dalle umiliazioni stesse –
che ridimensiona l’immagine gonfiata che abbiamo di noi e ci restituisce alla
verità. È un dono dello Spirito prima ancora che esercizio ascetico.
Gesù lo sapeva così bene da fare dell’umiltà l’unica qualità che, in tutto il
Vangelo, ha esplicitamente chiesto di imitare. Non dice: imparate da me a fare
miracoli o a risuscitare i morti. Dice soltanto: «Imparate da me, che sono mite e
umile di cuore» (Matteo 11,29). In quella parola ha riassunto il suo intero modo
di stare al mondo. I Padri ne hanno tratto una conclusione radicale: vivere
l’umiltà non significa aggiungere qualcosa a una normale vita cristiana, ma
comprenderla fino in fondo alla luce del Vangelo. L’umile è, semplicemente, il
cristiano. Sant’Agostino, invitando Dioscoro ad abbracciare la fede cristiana,
scrive: «La via della verità è la seguente: la prima l’umiltà, la seconda l’umiltà,
la terza l’umiltà; e ogni qualvolta tornassi a interrogarmi, ti risponderei sempre
così» (Epistola 118,3.22).
L’umiltà non impoverisce l’uomo: lo restituisce a se stesso. Non lo
rimpicciolisce: lo riconsegna alla sua vera grandezza. Per questo è così
strettamente legata alla conversione. Il peccato originale nasce precisamente da
un rifiuto dell’umiltà: dal non volersi accettare come esseri umani, finiti e
dipendenti da Dio. La conversione, allora, non può che essere compresa anche
come un ritorno all’umiltà. Non un abbassarsi al di sotto della propria realtà,
ma un rientrare in essa. Un discendere dalla falsa stima di sé alla propria verità
per scoprire che quella verità, in fondo, è sin dal principio benedetta.
4. Diventare più piccoli
Se torniamo all’incontro di Francesco con i lebbrosi, possiamo cogliere un
aspetto ancora più sorprendente della sua intuizione evangelica. Francesco era
un uomo assetato di pienezza: cercava gloria, inseguiva sogni, desiderava
vivere intensamente. Per tutta la vita aveva cercato di diventare “più grande”:
mercante affermato, cavaliere, uomo di prestigio. Ma quelle aspirazioni non gli
avevano restituito ciò che cercava. Quando invece si trova davanti a qualcuno
“più piccolo” di lui accade l’inatteso: la sua vera grandezza emerge. Non
attraverso la conquista, ma attraverso l’abbraccio. Non salendo, ma chinandosi.
Francesco comprende allora qualcosa di sorprendente: nel mondo creato da
Dio il posto privilegiato è quello dei piccoli. Proprio in loro si manifesta quel
“potere” di cui parla il Vangelo, quello di diventare figli di Dio. Un figlio,
infatti, è assolutamente in pace con il fatto di dover dipendere da un Padre. Per
questo non ha paura di essere se stesso e non prova vergogna nel chiedere. Da
questa libertà nasce una forza particolare: la capacità di suscitare il bene negli
altri. I piccoli, con la loro fragilità, risvegliano la misericordia, che è forse
l’energia più preziosa del mondo.
Per questo il poverello di Assisi chiede ai suoi compagni di chiamarsi «frati
minori». Non per sembrare più umili, ma per vivere realmente come dei piccoli:
uomini che non occupano tutto lo spazio, ma lo aprono agli altri. Essere piccoli,
per Francesco, è il modo concreto di incarnare il Vangelo: radicale apertura e
ospitalità all’altro.
Per insegnare ai suoi frati il valore di questa posizione di secondo piano,
Francesco li esorta ad andare a mendicare quando il lavoro non basta a
garantire il necessario.
«E quando sarà necessario, vadano per l’elemosina. […] E i frati che lavorano per
acquistarla avranno grande ricompensa e la fanno guadagnare e acquistare a quelli
che la donano; poiché tutte le cose che gli uomini lasceranno nel mondo periranno,
ma della carità e delle elemosine che hanno fatto riceveranno il premio dal Signore»
(Regola non Bollata, IX, FF 31).
L’andare a chiedere l’elemosina non era per Francesco una strategia legittima
– magari anche astuta – per ottenere cibo e altri beni materiali. Era un modo per
attivare negli altri la misericordia e la generosità: per far vivere ad altri la
medesima esperienza che lui aveva sperimentato nell’incontro con i lebbrosi.
Gesù, nel Vangelo, ha insistito molto sulla piccolezza come cifra del mistero
del Regno e come condizione per potervi accedere. Ha paragonato la logica del
Vangelo a un seme: piccolo, ma capace di diventare un albero che ospita gli
uccelli tra i suoi rami. Ha spiegato ai discepoli – sempre tentati da sogni di
grandezza – che solo chi si fa piccolo come un bambino può entrare nel regno
dei cieli. Anzi: che chi vuole essere grande deve diventare piccolo e farsi servo
di tutti.
Non è questo, in fondo, il grande segreto dell’Incarnazione? Perché Dio,
volendo assumere la nostra umanità, lo ha fatto facendosi non solo uomo, ma
bambino, nascendo nel grembo della Vergine Maria? Non soltanto per suscitare
stupore e meraviglia, ma per risvegliare il meglio della nostra umanità. È
davanti a qualcuno che non suscita né timore né competizione che noi
smettiamo di avere paura e vergogna, e ricominciamo a donare ciò che siamo.
Diventare piccoli, dunque, non è una rinuncia né una diminuzione: è una
dimensione essenziale dell’essere cristiani. Certo, non ogni forma di piccolezza
è autentica. Talvolta ciò che chiamiamo umiltà non è altro che il modo – sottile
e ingannevole – con cui alimentiamo le nostre insicurezze, autorizziamo i nostri
limiti a dominarci o ci sottraiamo alla fatica della vita e delle relazioni. È una
contraffazione che assume molte maschere. Ma quando scegliamo di diventare
– non di restare – piccoli perché abbiamo riconosciuto la piccolezza di Dio e ci
siamo sentiti da lui accolti e amati, allora questa scelta non è una forma di
regressione o di rinuncia: è il volto dell’uomo nuovo, che il Battesimo ci
restituisce.5. La conversione continua
Se la conversione è un cambiamento della sensibilità che risana lo squilibrio
prodotto dal peccato e ci restituisce alla giusta misura della nostra umanità –
quella piccolezza che ci rende partecipi della natura di Dio – resta ancora un
ultimo passo, forse il più esigente: riconoscere che la conversione non si
conclude mai.
Spesso immaginiamo la conversione come un passaggio netto: prima il
peccato, poi la decisione di cambiare, infine il cammino verso la santità. È uno
schema rassicurante, ma la vita nello Spirito è più complessa e più paziente di
quanto pensiamo. Peccato, conversione e grazia non sono tappe successive:
nella vita concreta sono intrecciati. Restiamo peccatori, siamo sempre in
conversione e proprio così veniamo santificati dallo Spirito. Convertirsi
significa ricominciare continuamente questo movimento del cuore, attraverso
cui la nostra povertà si apre alla grazia di Dio.
Questo discorso, in fondo, ci è familiare: ogni Quaresima ci richiama alla
responsabilità di verificare la vitalità del nostro battesimo. Eppure, quando la
conversione prende il volto concreto della piccolezza, qualcosa in noi resiste.
Accettiamo di cambiare, ma fatichiamo a lasciarci ridimensionare. Preferiamo
rafforzarci piuttosto che rimpicciolire la nostra immagine e le nostre esigenze.
Così l’uomo vecchio riemerge, a volte nei vizi evidenti, altre in forme più
sottili e persino religiose: il bisogno di riconoscimento, la ricerca di un ruolo,
l’autoreferenzialità. Per questo il combattimento è reale: è la lotta per rimanere
piccoli e umili. È quell’incessante lavoro interiore che ci libera dall’immagine di
noi stessi e ci rende capaci di metterci realmente a servizio, in modo libero e
concreto.
L’apostolo Paolo conosce bene il combattimento per custodire la piccolezza
e la libertà dei figli di Dio. Nella Seconda Lettera ai Corinzi, accusato di
debolezza mentre altri – i «super apostoli» – si impongono con la forza, rifiuta
la via del vanto. Non perché manchino gli argomenti, ma perché ha compreso
qualcosa di decisivo: la debolezza non è una fase da superare, ma la forma
stessa della sua vita in Cristo. E scrive:
«Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la
potenza di Cristo. […] Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Corinzi 12,9-
10).
Non è solo un gesto personale di umiltà: è una dichiarazione teologica. La
piccolezza non è una strategia né un atteggiamento esteriore, ma la forma della
vita battesimale. Il cristiano sceglie di presentarsi in modo disarmato perché
segue il Maestro, che si è svuotato e ha trasformato la croce in sorgente di vita.
Spesso però pensiamo che la piccolezza evangelica sia possibile solo quando
tutto va bene. In realtà accade il contrario: è proprio nei conflitti e nelle difficoltà
che diventa più necessaria. Quando l’istinto spinge a difendersi o a imporsi, lì
si vede se abbiamo davvero imparato il Vangelo della croce. La luce, infatti,
mostra la sua forza non quando tutto è chiaro, ma quando regnano le tenebre.
Su questa piccolezza si fonda il mistero di comunione nella Chiesa, come il
santo Padre ci ha ricordato nella sua ultima udienza:
«In questo consiste la santità della Chiesa: nel fatto che Cristo la abita e continua a
donarsi attraverso la piccolezza e fragilità dei suoi membri. Contemplando questo
perenne miracolo che avviene in lei, comprendiamo il “metodo di Dio”: Egli si
rende visibile attraverso la debolezza delle creature, continuando a manifestarsi e
ad agire» (Papa Leone, Udienza Generale, 4 marzo 2026).
In giorni che tornano a essere segnati dal dolore e dalla violenza, parlare di
piccolezza potrebbe sembrare un discorso astratto, quasi un lusso spirituale. In
realtà è una responsabilità concreta, legata al destino del mondo. La pace non
nasce solo da accordi politici, né da strategie diplomatiche o militari, ma da
uomini e donne che trovano il coraggio di farsi piccoli: capaci di fare un passo
indietro, di rinunciare alla violenza in ogni sua forma, di non cedere alla
tentazione della rivincita e della prevaricazione, di scegliere il dialogo anche
quando le circostanze sembrano negarne la possibilità.
È un lavoro esigente e quotidiano. Non possiamo rimandarlo né delegarlo ad
altri. Chi si riconosce figlio di Dio sa che questa conversione del cuore lo
riguarda personalmente. Per questo possiamo fare nostre le parole che san
Francesco, alla fine della sua vita, segnato dalle Stimmate, non si stancava di
ripetere ai suoi frati:
«Incominciamo, fratelli, a servire il Signore Dio nostro, perché finora poco abbiamo
progredito» (San Bonaventura, Leggenda Maggiore XIV,1; FF 1237).
Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per
tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché,
interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo,
possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e con
l’aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e
nell’Unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio onnipotente per tutti i secoli dei
secoli. Amen.
p. Roberto Pasolini, OFM Cap.
Predicatore della Casa Pontificia
prodotto dal peccato e ci restituisce alla giusta misura della nostra umanità –
quella piccolezza che ci rende partecipi della natura di Dio – resta ancora un
ultimo passo, forse il più esigente: riconoscere che la conversione non si
conclude mai.
Spesso immaginiamo la conversione come un passaggio netto: prima il
peccato, poi la decisione di cambiare, infine il cammino verso la santità. È uno
schema rassicurante, ma la vita nello Spirito è più complessa e più paziente di
quanto pensiamo. Peccato, conversione e grazia non sono tappe successive:
nella vita concreta sono intrecciati. Restiamo peccatori, siamo sempre in
conversione e proprio così veniamo santificati dallo Spirito. Convertirsi
significa ricominciare continuamente questo movimento del cuore, attraverso
cui la nostra povertà si apre alla grazia di Dio.
Questo discorso, in fondo, ci è familiare: ogni Quaresima ci richiama alla
responsabilità di verificare la vitalità del nostro battesimo. Eppure, quando la
conversione prende il volto concreto della piccolezza, qualcosa in noi resiste.
Accettiamo di cambiare, ma fatichiamo a lasciarci ridimensionare. Preferiamo
rafforzarci piuttosto che rimpicciolire la nostra immagine e le nostre esigenze.
Così l’uomo vecchio riemerge, a volte nei vizi evidenti, altre in forme più
sottili e persino religiose: il bisogno di riconoscimento, la ricerca di un ruolo,
l’autoreferenzialità. Per questo il combattimento è reale: è la lotta per rimanere
piccoli e umili. È quell’incessante lavoro interiore che ci libera dall’immagine di
noi stessi e ci rende capaci di metterci realmente a servizio, in modo libero e
concreto.
L’apostolo Paolo conosce bene il combattimento per custodire la piccolezza
e la libertà dei figli di Dio. Nella Seconda Lettera ai Corinzi, accusato di
debolezza mentre altri – i «super apostoli» – si impongono con la forza, rifiuta
la via del vanto. Non perché manchino gli argomenti, ma perché ha compreso
qualcosa di decisivo: la debolezza non è una fase da superare, ma la forma
stessa della sua vita in Cristo. E scrive:
«Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la
potenza di Cristo. […] Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Corinzi 12,9-
10).
Non è solo un gesto personale di umiltà: è una dichiarazione teologica. La
piccolezza non è una strategia né un atteggiamento esteriore, ma la forma della
vita battesimale. Il cristiano sceglie di presentarsi in modo disarmato perché
segue il Maestro, che si è svuotato e ha trasformato la croce in sorgente di vita.
Spesso però pensiamo che la piccolezza evangelica sia possibile solo quando
tutto va bene. In realtà accade il contrario: è proprio nei conflitti e nelle difficoltà
che diventa più necessaria. Quando l’istinto spinge a difendersi o a imporsi, lì
si vede se abbiamo davvero imparato il Vangelo della croce. La luce, infatti,
mostra la sua forza non quando tutto è chiaro, ma quando regnano le tenebre.
Su questa piccolezza si fonda il mistero di comunione nella Chiesa, come il
santo Padre ci ha ricordato nella sua ultima udienza:
«In questo consiste la santità della Chiesa: nel fatto che Cristo la abita e continua a
donarsi attraverso la piccolezza e fragilità dei suoi membri. Contemplando questo
perenne miracolo che avviene in lei, comprendiamo il “metodo di Dio”: Egli si
rende visibile attraverso la debolezza delle creature, continuando a manifestarsi e
ad agire» (Papa Leone, Udienza Generale, 4 marzo 2026).
In giorni che tornano a essere segnati dal dolore e dalla violenza, parlare di
piccolezza potrebbe sembrare un discorso astratto, quasi un lusso spirituale. In
realtà è una responsabilità concreta, legata al destino del mondo. La pace non
nasce solo da accordi politici, né da strategie diplomatiche o militari, ma da
uomini e donne che trovano il coraggio di farsi piccoli: capaci di fare un passo
indietro, di rinunciare alla violenza in ogni sua forma, di non cedere alla
tentazione della rivincita e della prevaricazione, di scegliere il dialogo anche
quando le circostanze sembrano negarne la possibilità.
È un lavoro esigente e quotidiano. Non possiamo rimandarlo né delegarlo ad
altri. Chi si riconosce figlio di Dio sa che questa conversione del cuore lo
riguarda personalmente. Per questo possiamo fare nostre le parole che san
Francesco, alla fine della sua vita, segnato dalle Stimmate, non si stancava di
ripetere ai suoi frati:
«Incominciamo, fratelli, a servire il Signore Dio nostro, perché finora poco abbiamo
progredito» (San Bonaventura, Leggenda Maggiore XIV,1; FF 1237).
Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per
tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché,
interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo,
possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo, e con
l’aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella Trinità perfetta e
nell’Unità semplice vivi e regni e sei glorificato, Dio onnipotente per tutti i secoli dei
secoli. Amen.
p. Roberto Pasolini, OFM Cap.
Predicatore della Casa Pontificia
