Dopo il comunicato diffuso oggi dall’Arcidiocesi di Milano, che informa della decisione di Alberto Ravagnani di sospendere il ministero presbiterale, è forse giusto dire una parola in più. Non per aggiungere spiegazioni che non spettano, ma per custodire uno sguardo evangelico su una vicenda che tocca molte persone.

In questi anni si è visto un giovane prete che ha saputo mettersi in gioco con intelligenza e fede, usando con naturalezza linguaggi e strumenti del nostro tempo. La notorietà, arrivata anche in modo improvviso attraverso i social, non è stata cercata come fine, ma vissuta – almeno per quanto è stato possibile cogliere – come uno spazio di relazione, di fiducia, di amicizia. In alcuni scambi personali ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a un ragazzo ricco di risorse, desideroso di metterle a servizio degli altri con autenticità, e insieme ancora in cammino, intento a comprendere sé stesso e il mondo che lo circonda.

Colpisce, invece, l’atteggiamento di chi sembra aver atteso questo esito come una conferma delle proprie diffidenze: come se qualcuno stesse da tempo sulla riva del fiume, aspettando che la corrente trascinasse a valle l’avversario ormai senza forze. È uno sguardo che non aiuta né la persona né la comunità.

La scelta di sospendere il ministero può forse essere letta come il bisogno di ritrovare pace interiore, o come l’attrazione verso una forma diversa di organizzare le proprie energie e capacità. È vero: per un prete cattolico il ministero è legato a un sacramento, a un dono che resta. Capiremo, col tempo, dove e come Alberto continuerà a mettere in gioco la sua fede.

Resta però anche un’altra verità, più scomoda da riconoscere: chi gli è stato vicino in questi anni, chi ha intravisto in lui un messaggio evangelico e una possibilità concreta di comprendere meglio la propria sequela di Gesù, oggi può sentirsi smarrito. È facile dire che si tratta di una prova per andare oltre le persone e lasciare emergere solo Cristo. Ma la fede passa sempre attraverso volti concreti, storie reali, fragilità condivise. E quindi sì: è una prova. E, in fondo, è proprio così.

Il comunicato, firmato da mons. Franco Agnesi, richiama con saggezza alla preghiera, all’affidamento al Signore e alla continuità della vita comunitaria, in particolare di quelle esperienze di adorazione, riconciliazione e fraternità che hanno segnato il cammino di tanti giovani. È un invito prezioso: non fermarsi allo smarrimento, ma attraversarlo, custodendo ciò che di buono è stato seminato.

Forse è questo, oggi, l’atteggiamento più evangelico: non spiegare tutto, non giudicare in fretta, ma continuare a credere che il Signore sa scrivere diritto anche sulle righe storte delle nostre storie.

P.S. Il nuovo libro è senza dubbio sullo sfondo di questa situazione, inserito in una fase di forte esposizione pubblica cercata e subita, che può aver contribuito ad accelerare tempi e percezioni. C’è però una verità che non ha atteso di essere messa in scena come un coup de théâtre nel giorno della presentazione. Arriveranno le domande consuete – sull’affettività, sui tempi, sulle motivazioni – ma tutto questo resta sullo sfondo, appunto: in primo piano c’è la persona, con la sua storia e la complessità di una scelta vissuta in prima persona, prima ancora che una pubblicazione editoriale.