Quando incontriamo Giuditta nella storia dell’arte, a sorprenderci è quasi sempre la calma nel suo volto. Più che il gesto violento in sé, a colpire è il modo in cui lo compie. Non c’è l’esaltazione del potere né la soddisfazione della vittoria. C’è un volto che pensa. Un corpo che decide con misura e che non si lascia schiacciare dalla paura o dall’orgoglio. Forse è questo a renderla così affascinante attraverso i secoli: Giuditta non agisce d’istinto ma con discernimento. E il discernimento è sempre una forma di libertà matura.
Caravaggio la ritrae nel momento decisivo, la spada sospesa e il volto serio, quasi distante, di chi ha pensato a lungo prima di agire. La luce non esalta il trionfo, ma la tensione morale. Artemisia Gentileschi, invece, mostra tutta la concretezza dell’azione: Giuditta non è sola, Abra è con lei, e il gesto è faticoso, coordinato, corporeo. Non c’è estetizzazione della violenza, ma responsabilità condivisa. Klimt, rivestendola d’oro, la interpreta secondo l’ambivalenza del desiderio e della forza e descrive un potere femminile deciso e misterioso. Kehinde Wiley, infine, la restituisce al presente, consegnando la scena a una donna nera che occupa, senza doverlo giustificare, lo spazio dell’eroismo e della storia. Queste immagini, pur molto diverse tra loro, appaiono accomunate da una cosa: Giuditta non è definita dalla violenza del suo gesto, ma dalla qualità del suo pensare.
Nel libro, Giuditta è una vedova che conosce fragilità e solitudine. Non è una guerriera né una figura pubblica. Quando la sua città è assediata e i capi parlano di resa, Giuditta prende parola. In questo vuoto decisionale comprende che il tempo dell’attesa passiva è terminato. Non si sostituisce a Dio, ma comprende che la fede non è fuga, né delega, né rassegnazione spiritualizzata. La prima cosa che fa è pregare, non per chiedere miracoli, ma per rimettere in ordine lo sguardo. La sua preghiera è lucida e concreta: ricorda la storia del suo popolo, riconosce il male che ha di fronte, nomina dolore e paura e chiede a Dio una cosa semplice e radicale: capire come agire senza tradire la giustizia. La sapienza biblica fiorisce qui: nel saper mettere in relazione Dio, storia e bene comune. Non come abilità teorica, ma come capacità di stare dentro la complessità senza restarne travolti.
Dopo aver pregato, Giuditta studia il nemico e il suo modo di esercitare il potere. Sa ciò che Oloferne mostra e ciò che nasconde. Si veste con cura usando la bellezza come linguaggio, senza farne identità. Il suo corpo non è oggetto, ma strumento consapevole: non seduce, comunica; non manipola, interpreta. Abra le è accanto perché la sapienza, nella Bibbia, non è mai solitaria: il bene nasce da legami che reggono il peso insieme.
Il gesto della decapitazione non è il cuore del racconto: è il passaggio che rivela ciò che è stato preparato prima e ciò che avverrà dopo. Non è esaltato né descritto con compiacimento. È un’azione necessaria in un contesto di guerra, compiuta senza trionfalismo. Senza trattenere il segno del proprio potere, Giuditta restituisce la vittoria al popolo, invita alla lode, poi torna alla sua casa. Non prende il comando, non si costituisce guida. La sua forza resta relazionale e non possessiva. Non è retorica del “gentil sesso”, è competenza maturata nella cura, nella marginalità, nella gestione dell’imprevisto quotidiano.
Per secoli, la tradizione ha tentato di addomesticare Giuditta, presentandola ora come eroina morale, ora come seduttrice pericolosa. La si è chiamata seduttrice per domarne la libertà o vedova esemplare per ridurne l’audacia. Eppure Giuditta sfugge alle gabbie: è religiosa e stratega, bella e autorevole, mite e intransigente. Tiene insieme ciò che i sistemi amano separare. Nel realismo di Caravaggio vediamo il conflitto, in Artemisia la decisione, in Klimt la potenza del desiderio, in Wiley la rivincita degli esclusi.
Cosa può offrire Giuditta a un mondo tentato da tecnocrazia e ossessione del superamento dei limiti? Non l’infallibilità, ma l’arte di tenere insieme e saper scegliere nella complessità. Quella di Giuditta è un’immagine scomoda perché obbliga a convertire lo sguardo: dall’ansia di purezza all’urgenza di giustizia, dalla retorica della fragilità al rispetto dell’autorevolezza femminile. La sua sapienza è concreta: leggere la storia alla luce della fede senza usarla come scudo, agire senza esaltare sé stessi, custodire la vita senza dominarla. È non diventare ciò che si combatte e lasciare che l’ultima parola sia il canto della città salvata.
Forse, oggi, abbiamo bisogno proprio di questo: scegliere senza semplificare, intervenire senza distruggere, custodire senza trattenere. Se Giuditta continua a interrogarci è perché mostra che la libertà non è fare ciò che si vuole, ma assumere ciò che serve alla vita, senza perdere sé stessi lungo il cammino. Il suo alfabeto è essenziale e pieno: ricordare, discernere, agire, custodire. Non promette facilità. Promette profondità. E una profondità così, oggi, è già una forma di salvezza.
di Miriam Francesca Bianchi
Docente, laureata in Scienze Filosofiche, dottoranda in Teologia
