Papa Leone XIV domani alle ore 22 guiderà la sua prima veglia nella notte di Natale. Una notte che è piena di luce e di gloria. Un controsenso, un paradosso questa notte in cui il buio fa spazio all’esplosione della luce del Dio bambino che nasce in una grotta. È la notte del sol invictus, della luce che ritorna e, non vinta dal buio, sconfigge l’oscurità. È l’esperienza che vive ogni uomo quando si sente perso nel buio e all’improvviso, per un dono ricevuto misteriosamente, riprende coraggio, ritrova la via, ritorna a vedere e a vivere.
Ma all’inizio c’è la notte. E la notte è tutto questo: incertezza, dubbio, paralisi, paura… chi non l’ha sperimentata? Non solo ciascun uomo, ma tutta l’umanità vive l’esperienza del buio, della notte, del non senso, dell’ingiustizia e della disperazione. Il mondo contemporaneo si trova ormai da diversi anni in una lunga notte di cui non si intravede la fine. «Smarrito è il mio cuore,/ la costernazione mi invade;/ il crepuscolo tanto desiderato / diventa il mio terrore» canta il profeta Isaia, ricordando il consiglio di Dio: «Va’, metti una sentinella/ che annunzi quanto vede», una sentinella che stia «in piedi tutta la notte» a cui chiedere «Sentinella, quanto resta della notte?» (Is 21, 4-11).
Vigilia, in latino per dire “sentinella”, è la parola che indica la condizione del cristiano, vigilia come veglia, vigilanza. Anche la veglia è un controsenso: i nostri sensi all’arrivo del buio porterebbero a spegnersi, a richiedere il naturale riposo, la sospensione della notte, eppure c’è qualcosa, una forza ancora più grande che porta a stare svegli, a vegliare, vigilare. A vivere nella tensione e nell’at-tenzione della speranza. C’è un esempio, domestico e familiare, che tutti hanno sperimentato: la veglia notturna che una madre compie quando il proprio figlioletto si ammala. La mamma sta lì, non “fa” molto ma sta lì, e attende e guarda il piccolo che dorme tentando di vincere la sofferenza della febbre, lo guarda e cerca dei segnali che dicano che quel male sta passando. Oggi tutto il mondo è ammalato e si contorce nelle convulsioni della febbre. E scalpita e protesta e non trova pace. La pace non si trova. In questo campo di battaglia la Chiesa è chiamata ancora una volta ad essere il “pronto soccorso materno”, l’ospedale da campo che lenisce il dolore, che cura le ferite, che veglia con speranza tenace. Con la fede certa che proprio qui, nella notte più buia, non siamo soli, perché il Signore è presente, è vicino. «Ecco, io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai» rivela il Signore a Giacobbe nel sogno notturno di Betel e Giacobbe dirà al risveglio: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo» (Gen 28, 15-17). Secoli dopo gli farà eco sant’Agostino con queste parole (tante volte citate da Papa Francesco): «Ho paura che il Signore passi ed io non me ne accorga».
Ecco l’invito che arriva in questa notte di Natale: veglia, non dormire, non ti lasciare distrarre dalle apparenze, fai attenzione e guarda meglio! I segni dei tempi non sono quelli vistosi, i più evidenti, ma sono più discreti e sorprendenti. Nella notte dell’umanità i cristiani sono chiamati a cercare quello che notte non è, a cercare la luce che già brilla nelle tenebre e a farla risplendere. Ad essere essi stessi luce. Come si fa ad essere luce? Il modo lo indica l’antica saggezza del popolo d’Israele che propone una via che in fondo conosciamo, ma forse abbiamo dimenticato: «Quando finisce la notte e comincia il giorno?» chiese una volta un vecchio rabbino. Ma le risposte dei suoi allievi erano insoddisfacenti finché il vecchio rabbino rispose così: «È quando guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore». Questa è la via per essere luce, una luce inevitabilmente gentile, mite, come quella di cui canta sant’Efrem il Siro nel suo inno alla notte di Natale: «Questa è notte di riconciliazione/ non vi sia chi è adirato o rabbuiato./ In questa notte, che tutto acquieta,/ non vi sia chi minaccia o strepita. / Questa è la notte del Mite,/ nessuno sia amaro o duro./ In questa notte dell’Umile/ non vi sia altezzoso o borioso». Seguiamo allora il sentiero sottile della mitezza che riesce a far germogliare la luce. Solo questa forza umile della mitezza è invincibile e, alla fine, rovescia il mondo e sconfigge il buio della notte.
