Ci sono documenti della Chiesa postconciliare che vengono ricordati più di altri, perché mantengono un’attualità particolare. L’esortazione apostolica di Paolo VI Evangelii nuntiandi, dell’8 dicembre 1975, è forse la più nota. Papa Francesco che nella sua esortazione Evangelii gaudium la cita otto volte il 16 giugno 2014, ai partecipanti al convegno diocesano di Roma, la rievoca con queste parole: «Anche oggi è il documento pastorale più importante, che non è stato superato, del post-concilio. Dobbiamo andare sempre lì. È un cantiere di ispirazione quell’Esortazione Apostolica. E l’ha fatta il grande Paolo VI, di suo pugno». Parlando a braccio, il Papa rivive il contesto in cui l’esortazione nacque e la sua genesi, potremmo dire, imprevista: infatti il terzo Sinodo dei Vescovi, del settembre-ottobre 1974, chiamato a discutere da Paolo VI su L’evangelizzazione nel mondo moderno, si chiude con una bocciatura del documento conclusivo e il rimando della questione al Papa. Papa Francesco spiega: «Perché dopo quel Sinodo non si mettevano d’accordo se fare una Esortazione, se non farla…; e alla fine il relatore era san Giovanni Paolo II ha preso tutti i fogli e li ha consegnati al Papa, come dicendo: “Arrangiati tu, fratello!”.

Paolo VI ha letto tutto e, con quella pazienza che aveva, cominciò a scrivere. È proprio, per me, il testamento pastorale del grande Paolo VI. E non è stata superata. È un cantiere di cose per la pastorale. Grazie per averla menzionata, e che sia sempre un riferimento!». Altre volte Papa Bergoglio raccomanda questo testo: ad esempio, nell’udienza generale del 22 marzo 2023 chiede ai fedeli di mettersi in ascolto di questa «”magna carta” dell’evangelizzazione nel mondo contemporaneo. […] È attuale, è stata scritta nel 1975, ma è come se fosse scritta ieri». Poi la espone, riprendendo le «tre domande fondamentali, così formulate da Paolo VI: “Credi a quello che annunci? Vivi quello che credi? Annunci quello che vivi?” »; e conclude il suo intervento così: «Cari fratelli e sorelle, vi rinnovo l’invito a leggere e rileggere l’Evangelii nuntiandi: io vi dico la verità, io la leggo spesso, perché quello è il capolavoro di san Paolo VI, è l’eredità che ha lasciato a noi per evangelizzare».

Prima ancora di Papa Bergoglio, tutti i Papi succeduti a Paolo VI hanno considerato questa — che successivamente verrà chiamata la prima esortazione apostolica post-sinodale — come punto di riferimento: è nota la riflessione di Giovanni Paolo II sulla «nuova» evangelizzazione per l’Europa, l’America Latina, l’Africa; in seguito vi fu la convocazione, da parte di Benedetto XVI, del Sinodo dei Vescovi dell’ottobre 2012 su «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana», da cui deriva Evangelii gaudium del successore, lavoro che raccoglie le 58 Propositiones votate dai padri in quella occasione. Ricordiamo anche tutto il lavoro svolto dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione.

E il 14 novembre scorso Leone XIV, inaugurando l’anno accademico alla Pontificia Università Lateranense, ha richiamato uno dei temi più presenti nella riflessione di Evangelii nuntiandi, il rapporto tra fede e cultura: «Oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo». E Paolo VI aveva espressioni lapidarie, molto citate in seguito: «La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture» (n. 20).

Esiste una cospicua bibliografia sull’esortazione montiniana, e non solo dal punto di vista teologico e pastorale: ad esempio, nel ventennale della sua pubblicazione, essa è stata accostata ad alcuni passi di Thomas Stern Eliot negli Appunti per una definizione della cultura, del 1948 (recentemente ristampati), proprio sul rapporto tra religione e cultura. Ad essa si richiama un numero sterminato di esperienze, progetti, documenti ecclesiali.

Eppure, nel 1975 l’esortazione non viene compresa subito e non conosce grande successo. Nel 2004 il gesuita Giampaolo Salvini ricordava: «La mia rivista, “La Civiltà cattolica”, che è al servizio diretto della Santa Sede, quando apparve l’Evangelii nuntiandi, decise, mi dicono, all’unanimità di non parlarne, perché per i progressisti era un passo indietro rispetto al Sinodo del ’71 e per gli altri era troppo avanzata. La rivista dedicò dodici righe a tutta la lettera apostolica, e non l’ha pubblicata. Dico questo per far comprendere la difficoltà di trovare gli equilibri e la sintesi in questi problemi».

In effetti, il documento finale del Sinodo del 1971 sulla giustizia nel mondo aveva concluso che la lotta per la giustizia e la partecipazione alla trasformazione del mondo è una «dimensione costitutiva» (e si era discusso a lungo su questo aggettivo) della predicazione del Vangelo; la missione della Chiesa conduce alla redenzione e alla liberazione dell’umanità da ogni situazione oppressiva. In merito, Paolo VI aveva espresso le sue riserve in un rescritto e si aspettava quindi che il Sinodo successivo rettificasse queste posizioni.

Papa Montini sceglie personalmente per il Sinodo 1974 il tema dell’evangelizzazione, anche se al primo posto le Conferenze episcopali ne suggerivano altri, soprattutto quello della famiglia. Nel discorso di inaugurazione dice chiaramente: «Occorrerà precisare meglio i rapporti tra l’evangelizzazione propriamente detta e tutto lo sforzo umano dello sviluppo, per il quale giustamente si attende l’aiuto della Chiesa, pur non essendo questo il suo compito specifico». E afferma «la finalità specificamente religiosa della evangelizzazione».

Evangelii nuntiandi non si lega solo al Sinodo, ma anche alla celebrazione dell’Anno Santo 1975 e al decennale della chiusura del Concilio Vaticano II. Il 22 dicembre 1975 il pontefice la definisce: «una Summa ampia, completa, aggiornata dei problemi e delle istanze che la gravissima consegna dell’Evangelizzazione nel mondo contemporaneo pone oggi alla Chiesa, dai Pastori ai sacerdoti alle famiglie ai laici, nelle varie forme in cui si articola la loro vita».

Paolo VI parte da tre domande “conciliari”: «Che ne è oggi di questa energia nascosta della Buona Novella, capace di colpire profondamente la coscienza dell’uomo? Fino a quale punto e come questa forza evangelica è in grado di trasformare veramente l’uomo di questo secolo? Quali metodi bisogna seguire nel proclamare il Vangelo affinché la sua potenza possa raggiungere i suoi effetti?» (n. 4). Risponde attraverso sette capitoli e 82 paragrafi, nei quali si intrecciano cristologia, ecclesiologia e pastorale: si può ben dire che essi hanno cambiato il modo di pensare la missione e la testimonianza della Chiesa nei decenni successivi.

L’esordio è sul legame inscindibile tra Cristo, che è il primo evangelizzatore, e la sua Chiesa, che ha esattamente la vocazione propria di evangelizzare: «[…] ascoltare il Cristo, ma non la Chiesa, appartenere al Cristo, ma al di fuori della Chiesa. L’assurdo di questa dicotomia appare nettamente in queste parole del Vangelo: “Chi respinge voi, respinge me”» (n. 16).

Vi sono poi i paragrafi sul significato e il contenuto dell’evangelizzazione, dove il Papa chiarisce che l’annuncio della salvezza — su un piano assolutamente religioso — è il compito primario della Chiesa, del quale fa parte anche il problema della crescita e della liberazione dell’uomo (n. 19).

A fronte dei timori di una lettura troppo politicizzata del messaggio cristiano, tema scottante all’epoca, monsignor Oscar Arnulfo Romero — canonizzato insieme a Paolo VI il 14 ottobre 2018 — commentava: «Il Papa ha detto questa bella frase, che troviamo nella Evangelii nuntiandi: “La Chiesa accetta la lotta degli uomini per la liberazione, ma la incorpora al progetto di salvezza universale”. Che vuol dire? La Chiesa continua a costruire il piano della salvezza di Dio, non se ne è allontanata, e quando vede negli uomini, nei popoli d’America, l’ansia di liberazione, incorpora quest’ansia, questa lotta alla liberazione cristiana, in Cristo, e dice a tutti quelli che lavorano per la liberazione che una liberazione senza fede, senza Cristo, senza speranza, una liberazione violenta, rivoluzionaria, non è efficace, non è autentica».

Nella parte dell’esortazione sulle vie dell’evangelizzazione, al primo posto vi è la testimonianza cristiana; il Papa ripete un’espressione che da allora in poi è diventata quasi proverbiale e che già aveva pronunciato con i membri del Consiglio dei laici nell’udienza generale del 2 ottobre 1974: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri — dicevamo lo scorso anno a un gruppo di laici —, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (n. 41). Tra le altre vie e mezzi di evangelizzazione, Paolo VI cita la liturgia della Parola, la catechesi, i mass media, con i quali la Chiesa «predica sui tetti» (n. 45). Questi ultimi, per la Evangelii nuntiandi sono una vera e propria «sfida» (n. 45) del futuro. Altri mezzi di evangelizzazione efficaci qui citati sono il contatto personale, i sacramenti, la pietà popolare. I destinatari dell’evangelizzazione spaziano dai lontani, ai non cristiani, ai non credenti, ai non praticanti e alle masse. Gli «operai dell’evangelizzazione» devono agire in modo ecclesiale e non privato, nella fedeltà del linguaggio all’«inalterabile deposito della fede» e nell’adattamento alle culture di ciascun popolo. Lo «spirito» dell’evangelizzazione è la settima ed ultima parte e si incentra su un punto: «L’evangelizzazione non sarà mai possibile senza l’azione dello Spirito Santo» (n. 75).

Il Papa è convinto che sotto le tribolazioni del mondo e soprattutto la crisi della Chiesa, che riconosce e contro la quale lotta con fermezza e tenacia, soggiaccia una nuova speranza, che va alimentata con «la dolce e confortante gioia d’evangelizzare» (n. 80).

La questione dell’«aggiornamento» dell’evangelizzazione è presente in tutta la vita di Montini e si condensa nel testo di Gaudium et spes, cui l’esortazione del 1975 rimanda cinque volte. Con Evangelii nuntiandi, Paolo VI non vuole dare una “soluzione” definitiva a tale sfida, ma intende delineare i presupposti di una riflessione che deve accompagnare la Chiesa nelle diverse svolte della storia. Essa s’impone ancora oggi, non solo ai pontefici ma a tutto il popolo di Dio.