Il documento firmato dai cardinali Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza episcopale francese, e Zuppi, presidente della CEI, e da Georg Bätzing, presidente dei vescovi tedeschi, e Tadeusz Wojda, presidente dell’episcopato polacco, invita i fedeli a un rinnovato impegno pubblico nel tempo delle guerre e delle divisioni: «Viviamo in un mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza», bisogna costruire «una solidarietà di fatto» capace di tradursi in pace, dialogo e bene comune
È il cuore del documento diffuso dai presidenti di alcune tra le principali Conferenze episcopali del continente: il cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza episcopale francese; il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI; monsignor Georg Bätzing, vescovo di Limburgo e presidente della Conferenza episcopale tedesca; monsignor Tadeusz Wojda, arcivescovo di Danzica e presidente della Conferenza episcopale polacca.
Il testo, intitolato Cristiani per l’Europa. La forza della speranza, raccoglie l’invito di papa Leone XIV al termine del Giubileo della Speranza: «È bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme!». Un’esortazione che i vescovi fanno propria perché il tempo che si apre sia davvero «l’inizio della speranza».
L’analisi parte dalla realtà: «Viviamo in un mondo lacerato e polarizzato da guerre e violenza. Molti nostri concittadini sono angosciati e disorientati. L’ordine internazionale è minacciato». In questo scenario, scrivono, «l’Europa deve riscoprire la sua anima per poter offrire al mondo intero il suo indispensabile apporto al “bene comune”».
I firmatari ricordano che il cristianesimo «è stato uno dei fondamenti essenziali del nostro continente» e ha plasmato «il volto di un’Europa umanista, solidale e aperta al mondo». Anche in un contesto oggi pluralistico e segnato dalla diminuzione dei praticanti, i cristiani sono chiamati a «tornare, con coraggio e perseveranza, al fondamento della loro speranza».
Il documento rilegge le radici dell’integrazione europea alla luce della tragedia della Seconda guerra mondiale, quando «l’urgenza di costruire un mondo nuovo si è imposta come un’evidenza». Viene citata la Dichiarazione che portò alla nascita della CECA: «L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto».
Ampio spazio è dedicato ai padri fondatori – Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi – descritti come «non ingenui sognatori, ma gli architetti di un edificio magnifico, seppur fragile». Di Adenauer viene ricordato il discorso del 25 marzo 1957: «Sappiamo quanto sia grave la nostra situazione, che può trovare una soluzione soltanto con l’unificazione dell’Europa (…). La Comunità europea persegue esclusivamente fini pacifici e non è diretta contro nessuno». Di De Gasperi è richiamata l’affermazione netta: «Il nazionalismo esacerbato è una forma di idolatria: colloca la nazione al posto di Dio e contro l’umanità», insieme alla convinzione che «l’Europa unita non è nata contro le patrie, ma contro i nazionalismi che le hanno distrutte».
L’Europa, avvertono i vescovi, «non può essere ridotta a un mercato economico e finanziario», ma deve scegliere «la risoluzione sovranazionale dei conflitti» e restare pronta «a riprendere il dialogo, anche in casi di conflitto, e adoperarsi per la riconciliazione e la pace».
Il testo richiama anche le parole di papa Francesco nel discorso per il Premio Carlo Magno del 2016, quando parlò di «una novità senza precedenti nella storia» sorta dalle macerie della guerra e invitò la Chiesa a contribuire «alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità». Il compito ecclesiale, ricordano i firmatari, coincide con la sua missione: «l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo».
«Il mondo ha bisogno dell’Europa», si legge ancora nell’appello. E in nome della loro fede, i cristiani sono chiamati a condividere con tutti «la loro speranza di una fraternità universale». Citando Robert Schuman, il documento conclude con una definizione alta della politica: «Vissuta come impegno disinteressato al servizio della città, al servizio dell’uomo, la politica può diventare un impegno d’amore verso il proprio simile».
Un appello che non è nostalgia del passato, ma invito a una responsabilità presente: tornare a essere, insieme, costruttori di speranza per l’Europa e per il mondo.
